| |
1. Il problema storiografico:
intrecci di potere economico
all’epoca dello stato regionale
La fiscalità è stata per lungo tempo
negletta dalla storiografia medievistica, forse per un malinteso
confine specialistico fra storici dell’economia e storici delle
istituzioni. Possiamo dire che fino agli anni Sessanta del secolo
scorso gli studi di valore si contavano sulla punta delle dita e si
concentravano su alcune zone privilegiate, non tanto o non solo dal
punto di vista documentario, quanto da quello della tradizione di
ricerca. Così se il Piemonte, non ostante la presenza dei cospicui
conti di castellania, doveva attendere le ricerche del Bracco, anche
altre regioni come la Lombardia e il Veneto si trovavano ancora
molto indietro nello sviluppo di questo tema; la Toscana, invece,
dopo l’antesignano lavoro del Pagnini del Ventura poteva contare su
quelli di Barbadoro e di Becker, a cui si aggiungeva una sintesi di
Fiumi, che nei suoi studi su Prato, Volterra e Sangimignano si era
sovente incontrato con la materia.
Negli anni successivi del resto
proprio questa regione vide la pubblicazione di una monografia che è
rimasta un modello fino a oggi, quella del Bowsky, dedicata al
comune senese. Per Perugia e lo spazio umbro il merito maggiore va
senza dubbio a Grohmann, che con la pubblicazione delle fonti
catastali e la loro ampia analisi offrì un quadro a tutto tondo, in
un certo senso un modello di utilizzo di questo genere di fonti.
Negli stessi anni, fra Settanta e Ottanta, sempre in Toscana videro
la luce gli studi iniziati da Conti sul Catasto fiorentino e
proseguiti dalla Klapisch e da Herlihy, sebbene il secondo fosse
significativamente volto alla illustrazione della realtà demografica
che da tale fonte risultava e trattasse il tema fiscale solo
marginalmente.
È questo un aspetto ricorrente degli
studi sulle fonti fiscali, spesso interrogate per motivi diversi da
quelli che ne avevano mosso la compilazione, come ha notato anche la
Leverotti in un’analoga ricerca su Lucca. Mentre dunque il tema
veniva all’attenzione degli studiosi, che ne facevano spesso un
capitolo di monografie regionali o municipali, altri lavori di
sintesi comparivano per realtà rimaste fino all’ora in ombra, come
quella veneta illustrata da Knapton e da Mueller. Negli ultimi anni
il problema si è complicato per l’emergere di temi nuovi, come
sempre capita nel corso di un approfondimento. Così le ricerche
della Ginatempo sono state focalizzate sul debito pubblico (mentre
prima la stessa studiosa aveva utilizzato le fonti fiscali per
indagini demografiche) argomento già toccato da Becker e da Molho
per Firenze, mentre Petralia si è dedicato al tema della fiscalità
nei comuni soggetti.
È questo un aspetto di notevole
rilevanza, poiché si presta a essere usato come banco di prova di
questioni al centro del dibattito sullo stato tardo medievale e
rinascimentale, come l’autonomia della periferia o l’oppressività
del centro. Si deve rilevare tuttavia che, a dispetto della
centralità dello stato regionale nelle attuali direttive della
ricerca, l’argomento fiscale è stato poco praticato, e il dialogo
centro-periferia su tali questioni è stato affrontato soprattutto
per le comunità rurali da Cohn e dalla Ginatempo per verificare la
tenuta dei rapporti. Più numerose sono le indagini di carattere
istituzionale che nel trattare le realtà locali dedichino un certo
spazio anche alla politica fiscale, soprattutto quando i margini di
manovra delle comunità risultino compressi dalle direttive del
centro. Un contributo di notevole valore appare dunque un recente
volume curato da Patrizia Mainoni che colma alcune di queste lacune,
soprattutto per quanto riguarda la fiscalità vista dalla
“periferia”. La Mainoni, già autrice di alcune dense sintesi
sull’argomento, ha coordinato un progetto di ricerca che ha fatto
luce proprio su queste problematiche in zona lombarda, chiarendo
dall’interno dunque alcuni dei meccanismi di funzionamento sia dello
stato visconteo sia di quello veneziano.
Se ci soffermassimo soltanto sulla
fiscalità tuttavia il problema rischierebbe di esaurirsi qui; ma
d’altro canto proprio alcune indagini su realtà locali hanno
mostrato come la gestione delle finanze comunali, e in definitiva
delle risorse economiche dei singoli centri, fosse un argomento di
portata ben maggiore di quanto si potesse pensare. Sullo sfondo sta
la grossa questione di quanto ampia fosse l’interferenza del potere
economico in tutta la società comunale e tardomedievale. Nei comuni
italiani medievali infatti lo sviluppo politico e la crescita del
populus si tradussero normalmente in un aumento dell’attenzione
per il settore economico e finanziario, soprattutto per opera dei
regimi popolari fra Due e Trecento; da allora il capitale e i suoi
detentori non smisero di costituire un settore rilevante della
società, particolarmente in ambito urbano.
Se d’altra parte un intero settore
storiografico si è occupato del “ritorno alla terra” dei capitali di
origine non agraria, come ha mostrato Bordone, meno attenzione è
stata riservata a quanti mantennero attivo il proprio impegno
economico, pur senza dimenticare un ruolo politico che nello stato
regionale andava restringendosi. Sono numerose le monografie
dedicate a famiglie mercantili e bancarie alla fine del Medioevo, e
si può ricordare il recente lavoro di Tognetti sui Serristori per
avere infranto un pregiudizio storiografico che vedeva
l’emarginazione politica di lignaggi di parvenus,
arricchitisi con il commercio e restii a convertirsi in semplici
rentiers. Proprio da questa ricerca e dal crescente interesse
mostrato dai Serristori per i titoli del debito pubblico come forma
di investimento (in parte coatto), si può partire per notare come la
problematica si faccia complessa, investendo questioni come la
definizione di gruppi o ceti dirigenti e l’accertamento delle basi
del loro potere.
Nelle comunità minori, specie se
soggette a un centro pervasivo come Firenze, la questione è allora
quella di verificare quanto il potere economico contasse, o detto in
altre parole come l’intero sistema di relazioni con l’esterno fosse
spartito fra gruppi di pressione diversi. Poiché proprio sulla
diversità di interessi fra i principali lignaggi dei comuni soggetti
sta tutto il problema della definizione dei ceti dirigenti, come
hanno mostrato le ricerche su questa categoria storiografica
attualmente molto in voga. È evidente infatti che l’assimilazione di
famiglie di origine mercantile all’interno di un’élite dai
costumi nobiliari non risolve la questione della dinamica sociale
tardomedievale.
Si è cercato dunque in questa ricerca
di evidenziare tali problematiche per fornire un percorso di
indagine di un qualche valore euristico per la definizione delle
principali linee di tendenza nell’evoluzione sociale. In questo
metodo possiamo dire di essere fra i primi, dato che un tale studio
è in buona misura ancora da fare per molte delle realtà italiane.
Unico contributo di un certo valore in tale direzione è costituito
da una ricerca di Marina Picco sui gestori delle finanze pubbliche
di Piacenza in epoca viscontea, contenuto nel citato volume curato
dalla Mainoni.
A questo fine si è scelto un periodo
significativo di un centro favorito dalla documentazione e dal buon
numero di studi recenti, noto a chi scrive anche per le molte
ricerche effettuate in loco. Si è voluto proporre un quadro il più
possibile completo e perciò il punto di partenza è stato la
ricostruzione dell’intero quadro della finanza pubblica per un
cinquantennio, il periodo 1415-1465. In questo modo è stato
possibile chiarire prima le dinamiche economiche pubbliche sulla
lunga durata (limitatamente a due generazioni) e gli indici di
grandezza della fiscalità di Sansepolcro.
Dopo tale fase si è passati
all’individuazione di personaggi e famiglie di rilievo nella
gestione della finanza pubblica, costruendo un database che
permettesse l’incrocio dei dati con quelli già noti riguardanti il
gruppo dirigente politico, per verificare appunto gli intrecci del
potere in una comunità dello stato fiorentino (senza dimenticare il
periodo di soggezione ai Malatesti e alla Chiesa). Si è poi cercato
di far luce sulle attività economiche alternative alla gestione
della finanza pubblica e sulle basi patrimoniali del gruppo così
individuato, cercando in tal modo di chiarire la natura
dell’accumulazione di capitali e del loro reimpiego.
Crediamo con ciò di aver restituito
alla luce la fisionomia più completa possibile, per quanto lo
permettano le fonti, di un gruppo significativo e poco studiato
della società di un centro minore dell’Italia tardomedievale, nel
tentativo di indicarne composizione e diversità rispetto al ceto
dirigente, già studiato, ma anche significativi legami e
coincidenze.
-
Le fonti
Le fonti riguardanti Sansepolcro nel
Quattrocento sono abbondanti e significative, adeguate in tutto a
fare la storia di un comune, come indicava Bartoli Langeli, anche se
manca un Liber Iurium, tipologia documentaria che il comune
Borghese non produsse mai, data l’esiguità del territorio
controllato.
Questa lacuna per il periodo
considerato e per lo scopo di questa ricerca è tuttavia poco
significativa, mentre sono presenti altre fonti di maggior momento a
tale fine. Per la parte istituzionale di tale studio sono stati
indispensabili infatti gli statuti e le riformagioni del comune, che
forniscono l’aspetto legislativo, nel suo sviluppo diacronico, della
finanza del Borgo.
L’articolazione amministrativa del comune è poi ben delineabile a
partire dalla fonte principale di questo lavoro, cioè il libro dei
conti del comune, chiamato Libro Rosso o Libro del Ben
Commune, che copre un periodo assai lungo (1418-1478) sia pure
con lacune e imperfezioni nella sua tenuta, gestita per l’ampia
spanna da più notai, cancellieri comunali. Da tale fonte, come dalle
riformagioni e dal notarile, è stato possibile ricavare un quadro
completo del bilancio straordinario di Sansepolcro per il periodo in
esame, come pure dagli appalti le personalità e i modi di gestione
delle esazioni fiscali. Questo testo costituiva il principale testo
contabile del comune, anche se riguardava solo una delle due camere
del Borgo e di conseguenza solo il bilancio straordinario.
Per quello ordinario, gestito dalla
camera signorile e quindi contabilizzato da funzionari spesso
forestieri, le notizie sono più frammentarie, poiché i registri in
questione sono andati in massima parte perduti e siamo dunque
costretti a una ricostruzione sommaria e più affidata alla normativa
vigente che alla reale pratica amministrativa. Fanno eccezione
tuttavia quattro registri sopravvissuti a Roma dell’amministrazione
pontificia, che fu comunque solo temporanea.
Per le attività economiche dei
personaggi schedati oltre ancora al Libro Rosso sono stati
indispensabili i registri della Fraternita di s. Bartolomeo, il
principale sodalizio laico del paese, e il vasto fondo notarile,
conservato nell’Archivio di Stato di Firenze. Date le dimensioni di
questa documentazione si è necessariamente fatto ricorso a un
campionamento della ricerca, approfondendo solo l’indagine in alcuni
dei protocolli notarili più significativi, sia per la personalità
dei notai, spesso cancellieri comunali, sia per i periodi trattati,
meno fortunati nelle altre fonti.
Per finire si è fatto uso dell’estimo
del 1461, conservato nell’Archivio di Stato di Arezzo, che ha
permesso di valutare la base patrimoniale dei principali personaggi
schedati e insieme la varietà dei loro possessi fondiari. A questo
proposito bisogna notare che solo una parte dei personaggi è stata
rintracciata nei registri catastali, sia per la distanza di questa
dalle altre fonti, sia per difficoltà di identificazione connesse
con l’antroponimia toscana tardomedievale, che faceva spesso a meno
del cognome per designare le persone. Il risultato, anche se
parziale, è comunque significativo perché permette, almeno per
alcune figure, un ritratto a tutto tondo del loro ruolo economico e
della loro importanza sulla scena Borghese.
-
Le monete di calcolo e le specie
circolanti
Uno dei problemi che ha sempre
complicato le analisi della contabilità e in genere della storia
economica medievale è dato dalla varietà delle specie monetarie
circolanti, delle unità di conto e delle variabili relazioni
intercorrenti fra di esse, nella fattispecie i cambi, problema del
resto comune a tutto l’ancién regime, prima
dell’unificazione monetaria e dell’introduzione del sistema metrico
decimale con Napoleone.
Sansepolcro era al centro di
molteplici vie di comunicazione e ciò si rifletteva nella varietà
delle monete presenti, non ostante il paese non fosse una piazza di
primaria importanza negli scambi interappenninici. Quel che può
destare un certo stupore è la relativamente poca importanza della
monetazione fiorentina, che tuttavia può essere compresa alla luce
del tardivo ingresso del Borgo all’interno del dominio fiorentino e
della persistenza dei legami con l’Adriatico e con l’Umbria.
Chiara spia di questo stato di cose
può essere il fatto che fino a tutto il Duecento le monete ufficiali
erano state la lira ravennate e quella pisana, sostituita
quest’ultima poi da quella aretina e quindi da quella cortonese.
Poiché tuttavia queste erano soprattutto monete di conto e non siamo
informati sufficientemente sul reale circolante fino a buona parte
del Trecento occorrerà partire dall’inizio della dominazione
malatestiana, quando sicuramente era presente una situazione che si
prolungò poi per buona parte del Quattrocento.
Possiamo dire senza tema di smentite
che per tutto questo periodo la moneta circolante di maggior
diffusione fu il bolognino, specie argentea di un discreto valore e
diffusa in tutta la zona appenninica. Negli anni Trenta del XV
secolo tuttavia il bolognino fu svalutato e ciò creò dei problemi
per il cambio fra monete vecchie e nuove. La moneta di conto
prevalente, come abbiamo detto, in questo periodo era la lira
cortonese, e quindi il cambio del bolognino vecchio era di 2 soldi e
9 denari cortonesi e un terzo di denario, mentre il nuovo bolognino
si attestò a 2 soldi e 6 denari. Questo nuovo valore è importante
perché permise una facile equivalenza con l’altra moneta argentea
più diffusa, e cioè l’angontano (=anconetano), che valeva 5 soldi
cortonesi, ossia 2 bolognini nuovi.
Queste due monete argentee, di buon
tenore e notevole diffusione, dovevano permettere la maggior parte
degli scambi di media importanza e fungevano poi da metro di
paragone per le altre monete. Si ha infatti scarsa notizia della
diffusione del grosso (presumibilmente fiorentino, anche se
proveniente in genere da Arezzo), attestato con un cambio di 7 soldi
e 1,8 denarii (ma si ha anche menzione di scudi argentei equivalenti
a grossi di valore leggermente diverso, cioè 6 soldi e 11,2 denarii,
e di grossi del valore di 6,9 soldi nel 1441).
Per le transazioni più minute era
invece presente il quattrino, probabilmente quello fiorentino,
poiché il suo valore rapportato alla lira cortonese era di 5 denarii,
a dispetto del nome che faceva probabilmente riferimento alla lira
di piccioli fiorentina. In alcuni casi sono menzionati tuttavia
anche i grossi pontifici, di cui però non conosciamo il cambio.
Per gli scambi di maggior rilevanza
invece si faceva uso del fiorino e in genere della monetazione
aurea, che permetteva conti con somme di notevole portata. Parlando
di fiorino occorre tuttavia prestare notevole cautela, poiché le
fonti, nella loro eterogeneità, ci presentano ben quattro diversi
tipi di fiorino: a un generico fiorino d’oro fiorentino (definito
d’oro probabilmente per distinguerlo dal fiorino piccolo argenteo,
che come abbiamo visto costituiva il punto di riferimento per la
lira fiorentina) che era probabilmente un’unità di conto e il cui
valore si aggirava attorno alle 5 lire e 8 soldi cortonesi, si
accosta infatti il fiorino fiorentino largo o grave, dal cambio più
elevato (5 lire, 11 soldi e 3 denari cortonesi, ma nel 1439 anche 5
lire, 13 soldi e 10,66 denari e nel 1441 5 lire, 18 soldi, 9 denari)
e identificabile probabilmente con la specie effettivamente monetata
dalla repubblica di s. Giovanni.
Mentre queste due specie sono
tuttavia assai poco presenti, le fonti fanno spessisimo riferimento
al fiorino Borghese e, più raramente, a quello senese. Poiché
tuttavia né Sansepolcro, né Siena coniarono mai un fiorino, come è
noto, possiamo fare due ipotesi, che cioè si trattasse di monete di
conto oppure che la menzione di “peso Borghese” o “peso senese”
facesse riferimento al diverso valore della moneta fiorentina sulle
due piazze. Se per Siena l’ipotesi più probabile è la seconda, per
Sansepolcro siamo invece propensi ad accettarle entrambe, o
perlomeno a tenerle in considerazione. Tutta la contabilità di
maggior portata del Borgo è infatti espressa in fiorini borghesi (o
fiorini senza altra specificazione); il cambio, talvolta di 5 lire
cortonesi, talvolta di 5 lire, 2 soldi e 6 denari (cioè 41 bolognini
nuovi), fa ritenere che perlomeno nel primo caso si trattasse di
moneta di conto, mentre nel secondo potrebbe trattarsi di un valore
di cambio del fiorino genericamente “fiorentino” (ma ovviamente
distinto da quello largo, che proveniva davvero da Firenze).
Chiude la rassegna delle monete
effettivamente circolanti a Sansepolcro il ducato (in genere
veneziano), dal valore piuttosto elevato e paragonabile anche al
fiorino largo (5 lire e 10 soldi, ma nel 1439 anche 5 lire, 16 soldi
e 8 denarii), a cui si affiancò talvolta il ducato romano, che
valeva 1 fiorino (borghese) e 10 soldi. È significativo che tale
moneta fosse soprattutto in mano ai finanzieri ebrei, in virtù della
loro presenza su molteplici piazze finanziarie.
A partire dall’inizio del dominio
fiorentino (1441) fece timidamente la sua comparsa la lira
fiorentina di piccioli, unità di conto usata raramente fino agli
inizi degli anni Sessanta del secolo e del valore di 1 lira e 5
soldi cortonesi.
La contabilità di Sansepolcro è
sempre espressa in lire cortonesi per le cifre minori e in fiorini
Borghesi per quelle superiori, entrambe unità di conto di cui è in
genere precisato il rapporto; la stabilità di tale rapporto dimostra
come il cambio fosse un puro artifizio: mentre infatti, come è
ovvio, il cambio fra specie monetarie argentee e auree
effettivamente circolanti subiva fluttuazioni pressoché giornaliere,
le necessità contabili imponevano cambi stabili per le monete di
conto. Si capisce come in questa situazione fosse indispensabile
mantenere ancorata la lira cortonese al bolognino, moneta in cui
venivano effettivamente fatti numerosi pagamenti, e come pertanto il
problema del cambio fosse particolarmente al centro delle
preoccupazioni del comune. Se al momento della svalutazione del
bolognino questo problema fu portato nei consigli comunali per
prendere i necessari provvedimenti, sappiamo che le cose si
sarebbero complicate con l’ingresso nel dominio fiorentino.
Negli anni Quaranta infatti la
dominante ribassò d’autorità il corso del bolognino. Del
provvedimento tuttavia non c’è traccia nella documentazione
Borghese, e anche questo è significativo; ne abbiamo notizia invece
da una lettera degli officiali della zecca del novembre 1447 in cui
in pratica si cassava il provvedimento. Tale lettera era in realtà
la risposta a una richiesta degli oratori Borghesi che avevano
sottolineato come gli stranieri che si recavano nel paese “non li [scil.
i bolognini] vogliano spendere per meno che l’usato e cusì non
mercatano cum li homini de costì”. Le necessità commerciali erano
dunque una delle leve che Sansepolcro poteva usare per volgere a
proprio favore le trattative con Firenze. Questo stato di cose
tuttavia alla lunga scontentò la dominante, che negli anni Sessanta
pretese che almeno una parte dei pagamenti ai propri officiali
mandati a Sansepolcro fosse fatta in moneta fiorentina e non locale,
o almeno “a la valuta fiorentina”. L’accenno fa probabilmente
riferimento all’uso che appare attestato negli anni Trenta-Quaranta
di pretendere i pagamenti in fiorini di 41 bolognini dai debitori
comunali e poi di versare gli stipendi a dipendenti e officiali in
fiorini di 40 bolognini, trucco contabile che certo doveva riuscire
assai sgradito ai fiorentini mandati a reggere il Borgo.
Temporaneamente tuttavia sembra che il ribasso del bolognino sia
stato accettato, almeno nell’appalto delle gabelle del 30 novembre
1464, salvo ribassare anche il corso del fiorino largo, vanificando
così in pratica la richiesta fiorentina.
-
La struttura finanziaria del comune
di Sansepolcro
È probabile che fino all’avvento
della signoria malatestiana le finanze del comune di Sansepolcro
fossero gestite in maniera semplificata ed empirica, contrattando di
volta in volta con i dominatori del centro il grado di autonomia
finanziaria e le competenze del signore. Nel 1371 comunque l’arrivo
di Galeotto Malatesti e le consuetudini di governo di un dominio
sovracittadino incisero nell’indirizzare una riorganizzazione
amministrativa che forse proseguiva già una tendenza naturale dello
stato regionale in fieri, visto che troviamo una situazione
simile in molti altri comuni soggetti dell’Italia
centro-settentrionale. L’amministrazione finanziaria infatti fu
divisa fra due diversi organismi, con compiti e ingressi distinti,
la camera comunale propriamente detta e la camera signorile in loco,
o depositeria. Questo secondo ufficio naturalmente non si deve
confondere con la camera signorile centrale, che aveva sede presso
la corte, poiché almeno teoricamente era una emanazione di questa.
Il personale amministrativo preposto alla depositeria era
svincolato, sempre in linea teorica, da qualsiasi legame con il
comune e il suo ceto dirigente, e rispondeva esclusivamente al
signore, o meglio al tesoriere centrale che lo rappresentava e che
in genere ne proponeva la nomina.
Se questa è una realtà abbastanza ben
documentata per vari comuni soggetti, a Sansepolcro si nota una
rigida bipartizione, sempre in teoria, fra i compiti di queste due
camere: il signore infatti si accaparrava le entrate indirette, che
tuttavia con il loro grado di ordinarietà erano le più sicure, oltre
che le più cospicue data la vivacità economica del centro. Tali
ingressi, in Toscana chiamati gabelle (mentre in Lombardia sono
definiti dazi), proprio perché ordinari permettevano il pagamento
del bilancio ordinario, vale a dire in genere il pagamento di
officiali signorili, guarnigione e manutenzione delle difese,
interesse precipuo dei Malatesti.
Alla camera comunale restavano le
entrate dirette (in Toscana chiamate dazi), che andavano a colpire
la ricchezza immobiliare degli abitanti; esse per tutto il Medioevo
a Sansepolcro non persero il loro carattere di straordinarietà. Con
questi ingressi il comune doveva fronteggiare le restanti spese, che
tuttavia proprio per il carattere delle entrate che dovevano
coprirle furono sempre sentite come straordinarie, anche se ripetute
di anno in anno.
La documentazione prodotta in loco si
riferisce appunto a questi bilanci straordinarii, poiché proprio
perché amministrati fuori dal controllo del comune quelli ordinari
lasciarono scarsa traccia nella documentazione locale e quella
signorile – e poi fiorentina – è andata in massima parte perduta.
Abbiamo infatti numerosi registri dell’amministrazione centrale
malatestiana, conservata nei famosi Codici Malatestiani che sono a
Fano, ma essa per il suo carattere riassuntivo mostra in pratica
solo una cifra per ogni anno riguardante Sansepolcro: è evidente che
essa faceva spesso riferimento a una contabilità più dettagliata
tenuta in loco dal depositario, che tuttavia per il periodo
malatestiano è andata quasi sempre perduta. È sopravvissuta invece
per soli quattro anni (oltretutto non completi) in cui Sansepolcro
fu soggetta al dominio pontificio, ma naturalmente questi pochi dati
non permettono un’elaborazione statistica, ma semmai un confronto
con le amministrazioni precedenti e successive.
Oltretutto proprio per la sua
stabilità e anche anelasticità di fronte al mutare dei bisogni tale
amministrazione non è particolarmente significativa ai fini della
definizione di linee di tendenza e fluttuazioni congiunturali. La
lacuna è indubbiamente più significativa per quanto riguarda il
personale coinvolto in tale amministrazione, a cominciare dai
depositari, ma con particolare riguardo agli appaltatori delle
gabelle, poiché laddove i dati ci sono dimostrano una sostanziale
identità di questi ultimi con gli appaltatori dei dazi, pur con le
dovute differenze.
Nel complesso tale struttura
amministrativa durò per tutto il periodo in esame e probabilmente
anche oltre, anche se non mancarono aggiustamenti. Innanzitutto la
figura del depositario, che già a partire dai primi anni del XV
secolo era stata sempre più spesso di provenienza locale, per quanto
di nomina signorile, con il passare degli anni fu sempre più
integrata nell’amministrazione comunale, che con Firenze ne ottenne
il diritto di nomina e di sindacato. Nel 1442 poi, facendo seguito a
un periodo di grave crisi finanziaria del Borgo, che aveva
accumulato numerosi debiti con entrambe le camere, la città del
Giglio accolse le richieste del paese e riorganizzò la camera
fiorentina (erede di quella signorile), chiarendo il quadro di
entrate e uscite di sua competenza (pianificando dunque le somme
previste per gli appalti), con un documento, la tabula expensarum,
che è per noi la più preziosa fonte per questo periodo. La tabula
infatti fu modificata a più riprese per permettere l’inserimento di
ulteriori spese fra quelle ordinarie, ma nella sostanza rimase
intatta per tutto il periodo preso in esame.
Diverso risulta il discorso per la
camera comunale propriamente detta, su cui siamo più ampiamente
informati grazie alla sopravvivenza del Libro Rosso. A tale
proposito bisogna tuttavia precisare che il Libro Rosso era il testo
contabile ufficiale del comune (fungendo un po’ anche da memoria
comunale), ma non il registro contabile del camerario. Il libro in
questione infatti era tenuto dal cancelliere comunale, che quindi
era dotato di competenze amministrative e non solo notarili, sulla
base delle indicazioni fornite dal camerario, che teneva un’altra
serie di registri, più dettagliati, che sono tuttavia andati
perduti. Il Libro Rosso infatti non fa uso della partita doppia, ma
di un sistema più rudimentale in cui a ogni debitore o creditore era
intestata una partita semplice in cui si susseguivano debiti e
crediti fino al pareggiamento dei conti.
Ciò che tuttavia può spiegare questa
anomalia è la scarsa rilevanza che per lungo periodo ebbe la figura
del camerario comunale. La costante pratica dell’appalto dei dazi e
l’intromissione politica delle massime magistrature comunali (i
quattro Officiali del Bene pubblico, poi Magnifici Conservatori), ma
spesso anche di magistrature ad hoc, create per fronteggiare
le ricorrenti crisi annonarie, facevano sì che il camerario fosse
spesso scavalcato e il denaro non passasse affatto per le sue mani.
Se si escludono infatti i periodi di amministrazione diretta dei
dazi, limitati a pochi anni e poi assenti dall’arrivo di Firenze, in
pratica i Conservatori o i Sovrintendenti all’Abbondanza (gli
officiali annonari) rilasciavano mandati di pagamento per i
creditori del comune direttamente ai dazieri, o appaltatori, che
pagavano senza coinvolgere i camerari.
Tale situazione, spia di un costante
interesse politico per la gestione delle finanze comunali, fu
tuttavia fonte di malversazioni e abusi, talvolta anche in buona
fede, poiché i Conservatori emettevano cedole di pagamento (apodisse,
nella fonte) spesso anche oltre le disponibilità reali. Furono
tentati rimedi contro questo stato di cose, emanando leggi che nella
loro ripetuta severità fanno dubitare della loro effettiva
applicazione, ma l’impasse non fu superata se non alla fine
del periodo preso in esame, quando con l’appoggio fiorentino la
camera comunale fu trasformata in tesoreria. Il provvedimento del
1458 che istituiva la nuova magistratura non era in effetti
rivoluzionario, poiché i compiti di questa figura non erano
differenti da quelli del camerario, ma accogliendo di fatto le
istanze delle leggi degli anni passati restituiva nella realtà al
tesoriere quelle attribuzioni che il camerario non aveva potuto
esercitare se non ad intermittenza.
-
Bilanci ordinari e straordinari
Come abbiamo detto i bilanci ordinari
e quelli straordinari a Sansepolcro erano competenza di due diverse
camere e avevano una differente tenuta contabile. Tenendo presente
che nel periodo fiorentino la camera comunale fu chiamata come
responsabile degli eventuali passivi di quella fiorentina, non
ostanti le ripetute proteste del ceto dirigente locale, possiamo
comunque dire che tranne rari casi il nesso fra bilancio ordinario e
comune fu indiretto, poiché il depositario agiva con una certa
autonomia e le gabelle furono quasi sempre appaltate a personaggi
locali. Il complesso delle gabelle, molto articolato, subì in realtà
alcune variazioni durante il periodo preso in esame, anche se le
principali voci di entrata risultarono sempre la gabella grossa o
della mercanzia, che colpiva tutti gli ingressi di merce nel paese,
quella della macina e biado, che colpiva l’attività molitoria e il
trasporto di grani, quella della carne e del macello, quella del
vino, quella dell’olio, quella della legna e quella della piazza,
che colpiva le vendite effettuate nella piazza del mercato.
Ad esse si sommava l’imposta del sale, che aveva come in altri
comuni un carattere misto, configurandosi come una vendita in regime
di monopolio ma con quantità minime per “bocca”, cioè per componente
di ogni nucleo familiare. Per l’epoca malatestiana abbiamo alcune
cifre che fanno ammontare il complesso delle entrate attorno alle
15.000 lire cortonesi, cioè circa 3.000 fiorini Borghesi (d’ora in
poi se non specificato altrimenti intenderemo sempre il fiorino di
conto di Sansepolcro). Bisogna tuttavia rilevare che i patti di
appalto superstiti dimostrano una notevole oscillazione attorno a
queste cifre, che potevano crescere anche del 15-20% in casi
fortunati.
I registri superstiti
dell’amministrazione pontificia ci danno una situazione simile, ma
con cifre relativamente più alte, tanto da sfiorare i 3200 fiorini.
Il primo quadro stabile e certo è invece assicurato dalla già citata
tabula expensarum del 1442 che proponeva le seguenti cifre
minime: la gabella della cassa grossa, della mercanzia e dei
contratti, con un reddito previsto di 525 fiorini; quella del
macinato con 900 fiorini; quella del vino con 500 fiorini; quella
della legna con 120 fiorini; quella delle carni da macellare con 200
fiorini; quella della pesatura dei grani con 30 fiorini; quella
dell'olio e della piazza con un uguale importo; quella dei mulini e
degli affitti con 100 fiorini, per un totale di 2405 fiorini. A ciò
vanno aggiunti i 900 fiorini che avrebbe reso annualmente la gabella
del sale, per un totale di 3305 fiorini.
Come si vede non solo le singole
cifre erano aumentate, ma anche il numero delle gabelle era
cresciuto, e la documentazione successiva ci dimostra che in realtà
gli ingressi erano quasi sempre superiori, anche se di poco, a tali
cifre. Tale fatto già di per sé impone qualche riflessione: si
potrebbe pensare che i traffici, su cui le gabelle incidevano,
fossero sensibilmente aumentati nel periodo in questione, e la cosa
non è del tutto peregrina, poiché lo sviluppo economico è attestato
da molte fonti. Ma una causa avviata dal comune contro un
appaltatore dei dazi ci dà un indizio in un’altra direzione: la
causa infatti verteva attorno all’appalto di un dazio avvenuto
subito dopo la fine del dominio malatestiano e riguardava la cifra
dell’appalto, ritenuta eccessivamente bassa dal comune, visto che
con l’arrivo della Chiesa erano cessate molte esenzioni che tenevano
basse le entrate del dazio. Per quanto non si faccia menzione di
gabelle è probabile che le esenzioni riguardassero almeno in parte
anche esse e che perciò la fine dei privilegi malatestiani abbia
inciso anche sulla rendita di queste ultime.
D’altra parte gli appalti del 1461 e
degli anni successivi dimostrano un ulteriore aumento delle entrate
delle gabelle, che oltrepassarono i 3700 fiorini e questo è quasi
certamente da imputare a una maggiore vitalità economica, non
ostante proprio per questi anni il Fanfani avesse supposto una crisi
economica. La cifra era comunque imponente e occorre subito
precisare che, come per le economie urbane di maggior rilievo, essa
superava largamente l’entrata derivante dai dazi, anche negli anni
di maggior pressione fiscale. Anche questo dunque configurava
Sansepolcro come una città e non come un centro rurale. Difficile
fare un paragone con altri bilanci noti, come quello delle camere
fiscali della Terraferma veneta studiato da Varanini, sia perché
sono in genere espressi in altre unità di misura, sia perché le
camere fiscali accentravano in sé tutte le entrate, comprese quelle
straordinarie. Ci sembra comunque che la cifra di Sansepolcro si
possa accostare, come ordine di grandezza, a quella di una piccola
“quasi città” come Crema.
Tale complesso di entrate doveva
consentire di pagare soprattutto gli stipendi di officiali e
provvisionati, che costituiva la maggiore uscita della depositeria,
o camera signorile. Per il periodo malatestiano sappiamo che tale
complesso di spese assommava a 2018 fiorini, costituendo quindi una
percentuale notevole delle uscite, ma non l’unica. A tale cifra
infatti si assommava il “salarium domini”, cioè il compenso del
signore, che fu costantemente di 600 fiorini; tuttavia il fatto che
talvolta tale somma fosse pagata dalla camera comunale induce a
pensare che non sempre la depositeria fosse in grado di provvedervi
autonomamente e di conseguenza toccasse all’altra camera supplire a
tali carenze.
La situazione cambiò durante il
periodo pontificio: se i salari degli stipendiati sono
sostanzialmente simili (attorno ai 2200 fiorini), non così è per il
“salarium domini”, che il papa non prevedeva in via ordinaria. Ci
furono indubbiamente numerose contribuzioni per le necessità
pontificie, ma trattandosi di esazioni straordinarie esse furono
normalmente pagate dalla camera comunale. È quindi ovvio che in
linea di massima ciò si traducesse in un aggravio per questa camera
e in una situazione meno critica per la depositeria, che difatti fu
in grado nei momenti di massima urgenza di effettuare prestiti alla
prima.
Ancora diversa la situazione che è
attestata dalla tabula expensarum del 1442: le spese previste
erano di 3327 fiorini annui, divise fra 900 fiorini al capitano e
alla sua familia, 2190 alla guarnigione, 36 al depositario e 24 al
venditore del sale. A questi 3150 fiorini si aggiungevano poi altre
piccoli stipendi ed elemosine, che costituivano una frazione
decisamente infima del totale delle spese. Come vediamo dunque la
scomparsa del “salarium domini” fece posto sostanzialmente a un
cospicuo aumento delle retribuzioni di officiali e provvisionati.
Ciò è solo in parte dovuto a un migliore trattamento economico
riservato a questi dai fiorentini: la familia del vicario
malatestiano era infatti composta da 12 persone (oltre a lui),
mentre quella del capitano fiorentino da 22 (sempre oltre a lui).
Invece i 5 castellani delle rocche del Borgo che in epoca
malatestiana avevano ai loro ordini 40 famuli, in epoca fiorentina
ne avevano solo 25, ma lo stipendio medio sia loro che dei
provvisionati era notevolmente aumentato.
Questo aumento si tradusse in una
sostanziale compressione dei margini di manovra della depositeria,
che si trovò praticamente priva di residui di cassa fra una gestione
e l’altra; a far le spese di questa situazione fu soprattutto la
manutenzione delle fortificazioni, che difatti fu trascurata. Quando
infatti il comune del Borgo volle por mano a un deciso intervento in
questo campo ottenne da Firenze la sospensione di un recente aumento
di 100 fiorini dello stipendio del capitano per tutta la durata dei
lavori, protrattisi per 12 anni. Tale stipendio si può dunque dire
sostanzialmente stabile, poiché nel periodo in esame l’aumento
incise solo in pochi anni.
Le notizie che abbiamo di contro
relative al bilancio straordinario del comune, amministrato dalla
camera, sono più complete e non ostanti alcune lacune, possono dare
un quadro chiaro per lo meno delle entrate di tutto il periodo.
Innanzitutto è da sottolineare che per tale genere di indagini non è
tanto la cifra della singola esazione a valere in assoluto, quanto
il complesso di quelle imposte nel breve periodo. Per tale motivo
abbiamo preferito calcolare il totale delle entrate per anno
fiscale, che a Sansepolcro iniziava con il primo di novembre,
insieme con l’anno agricolo. Si consideri che il dazio in definitiva
colpiva la ricchezza immobiliare rurale e quindi le rese agricole:
al Borgo infatti, a differenza che nel regime del catasto
fiorentino, l’estimo, su cui venivano imposti i dazi, censiva solo i
“tereni acti al'agricultura”, come si esprimeva la legge con cui si
pose mano al suo rifacimento nel 1459. Si trattava dunque dei
complessi fondiari extraurbani, cosa spiegabile vista la
predominanza di un’oligarchia mercantile nel comune.
Anche così comunque, non ostanti
alcuni dati parziali o assenti, si può osservare un’oscillazione
veramente notevole, che bene rende conto della straordinarietà di
tale bilancio. Se in alcuni anni infatti il dazio fu addirittura
assente, in altri raggiunse cifre notevoli, con punte oltre i 1600
fiorini. La media annuale si situa attorno ai 711 fiorini, ma dietro
tale cifra stanno entrate molto alte per tutti i primi 15 anni (con
poche eccezioni) e quindi una netta discesa, interrotta da una
ripresa alla fine degli anni Quaranta, un’ulteriore discesa e quindi
un assestarsi su cifre medio basse a fine periodo (inferiori alla
media generale).
Più del bilancio ordinario infatti
quello straordinario era legato alle necessità del momento e in
queste furono preminenti le spese militari o per la manutenzione
delle strutture difensive del paese, accentrate soprattutto in
alcuni anni. Il meccanismo dell’imposizione era tale infatti che i
dazi venivano decisi raramente con notevole anticipo e spesso in
ritardo rispetto al manifestarsi delle esigenze. Alcune spese più o
meno stabili, come il salario di un medico e di un maestro di
scuola, furono quindi fronteggiate in maniera differente a seconda
delle altre spese e degli eventuali residui di cassa. Anche le crisi
annonarie furono affrontate in maniera differente, poiché non sempre
il comune ricorse a imposizioni straordinarie (per esempio nella
carestia del 1442), ma ad altre misure. Si può ancora notare come
tali cifre fossero comunque inferiori alle entrate provenienti dalle
gabelle che come abbiamo detto si situavano normalmente ben oltre il
doppio di quelle provenienti dai dazi.
-
Imposte dirette e indirette
Dopo quanto abbiamo detto è evidente
che l’impatto delle imposte sulla cittadinanza fosse assai
diversificato, poiché la preminenza delle entrate indirette, come
nelle altre città medievali italiane, colpiva maggiormente le classi
più umili. È sempre difficile del resto valutare appieno la portata
delle gabelle sulla popolazione e solo alcune notizie indirette ci
attestano il malumore che esse provocarono almeno in un caso,
motivando forse una rivolta antimalatestiana.
L’aumento delle gabelle, sia nel
numero sia nel complesso, fu indubbiamente dovuto a una crescita
economica, ma presupponeva comunque anche una situazione sociale più
stabile, ed è quindi ovvio che i periodi di guerra fossero incisivi
su questo stato di cose. Anche durante l’epidemia degli anni 1455-56
(che difatti sono privi di dati riguardanti i dazi), le gabelle
dovettero essere appaltate per cifre minori, dato che i traffici
erano sicuramente rallentati.
Possiamo osservare meglio queste
fluttuazioni sui bilanci straordinari, che per quanto dettati dalle
necessità contingenti erano comunque legati alla situazione
economica e sociale del paese. Anche in questo caso abbiamo
calcolato il saggio di imposta annuale, relativo agli anni fiscali
del periodo preso in esame. Benché anche qui la media annuale sia
relativamente modesta, pari a quasi 35 denari per lira d’estimo
(circa il 14,5% del coefficiente catastale di ogni singolo
contribuente), le cifre che stanno dietro a tale media sono assai
disparate. Le cifre del primo periodo sono invero le più alte, con
punte oltre gli 80 denari (circa il 33% del coefficiente catastale),
e si mantengono comunque su livelli piuttosto alti fino ai tardi
anni Trenta del secolo, per poi stabilizzarsi su cifre inferiori
alla media, tranne un’impennata nei tardi anni Quaranta.
Un andamento più lineare, pur con la
conferma di momenti di maggior pressione fiscale, si può desumere
dalle medie quinquennali, fissa e mobile, che abbiamo calcolato e
che mostrano comunque inequivocabilmente come il periodo fiorentino
vedesse un progressivo alleggerimento della pressione.
Dobbiamo considerare che il
meccanismo di alliramento del comune di Sansepolcro, lungi
dall’essere equo, favoriva soprattutto i grandi proprietari,
prevedendo anche una componente di valutazione “ad personam”
(difatti gli “officiali del catasto”, come li chiamava un
contribuente, non erano tecnici, ma espressione del ceto dirigente).
Anche così l’imposizione di un dazio poteva incontrare molta
resistenza nei consigli, in cui sicuramente non erano presenti solo
i grandi proprietari.
Come abbiamo notato in altra sede
l’aumento delle imposte nel biennio 1416-7 non può essere
considerato causa diretta della rivolta scoppiata nell’autunno del
1418, poiché proprio quest’anno era stato volutamente contenuto;
tuttavia bisogna considerare che andava a colpire una popolazione
già provata e che comunque gli organizzatori del tumulto ebbero buon
gioco a cavalcare il malcontento.
Negli anni Venti e Trenta del secolo
il comune ricorse spesso a metodi alternativi per procurarsi
contante, e cioè principalmente a prestanze e prestiti da singoli
finanziatori (principalmente i banchieri ebrei del Borgo). È ovvio
che in entrambi i casi si trattasse solo di palliativi, dato che i
soldi anticipati andavano restituiti, ma tali metodi avevano
evidentemente un costo sociale meno elevato, oltre a offrire una
immediata disponibilità di contante. Un estemporaneo tentativo di
commercio da parte del comune, che voleva approfittare della
competenza e dei legami dei membri del ceto dirigente con gli affari
e il mercato di Arezzo, si risolse in una perdita secca di oltre 33
lire (oltre 6 fiorini) e non fu più ritentato, a quanto ne sappiamo.
Con l’arrivo dei fiorentini le
prestanze furono sistematicamente evitate e il ricorso ai
finanziatori ebrei si fece più raro, nel quadro di una completa
riorganizzazione delle finanze che culminò con la già menzionata
tabula expensarum. Anche così nei consigli ci furono talvolta
resistenze all’imposizione di dazi e talvolta si preferì ricorrere
alle finanze dei luoghi pii gestiti dal comune.
Col 1461 comunque il rifacimento dell’estimo, vecchio di oltre 130
anni, garantì un gettito maggiorato, oltre a una maggiore equità
fiscale, e permise di ridurre la pressione fiscale. La ricchezza
fondiaria complessiva del Borgo non era infatti disprezzabile,
aggirandosi sui 5000 fiorini di coefficiente catastale (che
corrispondeva in teoria a un valore effettivo della terra di 160.000
fiorini), ma il problema maggiore era costituito da abusi e
esenzioni.
Già abbiamo fatto menzione di una
causa fra il comune e un appaltatore di dazi a proposito
dell’appalto di uno di questi immediatamente dopo la fine del
dominio malatestiano. In essa si affrontava direttamente la
questione delle molte esenzioni personali durante il periodo
precedente, che avevano tenuto basso il gettito dei dazi; un simile
problema si presentò nel periodo di dominazione milanese, fra 1438 e
1440, poiché il Piccinino concesse anche egli numerose esenzioni,
poi cancellate al ritorno sotto la Chiesa. Stupisce tuttavia che
tali esenzioni, di cui abbiamo l’elenco, non fossero in massima
parte dirette verso esponenti del ceto dirigente, ma verso
personaggi tutto sommato marginali, le cui proprietà non potevano
rappresentare una frazione significativa della ricchezza immobiliare
del paese. È anche vero che l’elenco che abbiamo si riferisce solo
alle esenzioni cessate e che quindi altri nomi più illustri
potrebbero celarsi in quel gruppo di personaggi che seppe farsi
benvolere anche dalla Chiesa.
Forse però il problema più grosso era
costituito dall’inesattezza delle poste dell’estimo, come almeno
affermavano in linea teorica i legislatori che decisero il suo
rifacimento nel 1459. L’estimo precedente infatti era stato
compilato verso il 1330 e da allora erano stati compiuti solo
aggiornamenti (l’ultimo nel 1430) ricopiando tutte le correzioni nel
frattempo aggiunte ai registri precedenti. L’inadeguatezza di tale
sistema è macroscopica, poiché le poste erano comunque intestate a
personaggi morti da decenni (quando non a famiglie estinte) e le
terre erano valutate secondo criteri produttivi vecchi di oltre un
secolo. In questo modo si può apprezzare maggiormente l’ampio lavoro
di rifacimento dell’estimo iniziato nel 1459 e completato nel 1461
(ma per le ville del distretto nel 1474), comportante una
rimisurazione e rivalutazione dei beni. Tale operazione ebbe
indubbiamente un costo notevole, ma si giustificò non solo con un
gettito maggiorato (e infatti le offerte degli appaltatori crescono
dopo il 1461), ma anche con una maggiore equità nell’imposizione.
-
Il ceto dirigente
Finora
abbiamo parlato di cifre e istituzioni, ma le fonti disponibili
permettono un ulteriore passo, che consenta un’analisi sociale di
quanti avessero un qualche ruolo economico nel comune Borghese. Per
verificare tuttavia il rilievo politico e gli intrecci del potere
che lo legavano a quello economico è opportuno definire l’oggetto
della ricerca e in tal modo chiamare in causa quello che può essere
definito ceto dirigente di Sansepolcro. Solo dopo questa premessa
sarà possibile verificare la consistenza del “gruppo finanziario” e
le sue intersezioni con il ceto dirigente. Cercheremo in definitiva
di sostanziare espressioni come potere politico (inteso in senso
lato) e potere economico, che potrebbero risultare astratte,
mostrando le loro reali articolazioni e la loro consistenza: non si
deve infatti dimenticare che dietro cariche e società c’erano
persone, o meglio, data la realtà tardomedievale, gruppi familiari.
Quella sul ceto dirigente di
Sansepolcro dunque è una ricerca che è già stata svolta da chi
scrive e perciò si rimanda ampiamente il lettore alle considerazioni
già espresse in altra sede e alle premesse metodologiche che hanno
animato tale ricerca. Possiamo comunque indicare come il momento
fondante di un ceto dirigente, inteso come gruppo di governo
parzialmente chiuso e formalizzato, ma ancora non sclerotizzato in
un’aristocrazia di diritto, si situi nel 1390, nel pieno di quel
dominio malatestiano che per più risvolti fu il periodo iniziale di
una trasformazione di Sansepolcro da libero comune (occasionalmente
soggetto a più signori) a entità facente organicamente parte di uno
stato regionale.
In quell’anno Carlo Malatesti, che
reggeva il paese per il fratello Galeotto Belfiore, allora
minorenne, stabilì di riformare i precedenti consigli creando il
consiglio del popolo, come unico organo consultivo-esecutivo. La
novità non era tanto nel nome (è quasi certo che un consiglio del
popolo sia esistito a più riprese nei centocinquanta anni
precedenti), quanto nelle modalità della sua composizione e del suo
reclutamento. Su indicazione dei personaggi di rilievo di allora e
con l’ausilio del vicario malatestiano furono infatti imborsati 300
nominativi, divisi in 15 cedole da venti nominativi ciascuna (da cui
anche il nome di consiglio delle 15 cedole o del vigintivirato).
Ogni cedola era poi divisa in due parti, definite di levante e
ponente, e facente riferimento alle fazioni guelfa e ghibellina del
paese. Ogni quadrimestre veniva sorteggiata una delle suddette
cedole che avrebbe costituito il consiglio. In tal modo si aveva una
riserva di nominativi più o meno fedeli che avrebbero esercitato di
volta in volta la carica di consiglieri; la competizione politica
inoltre si spostava al momento della composizione di tali cedole,
che venivano rifatte periodicamente una volta esaurite le borse, ma
mai in maniera rivoluzionaria.
Questo sistema, mantenuto in vigore
anche dai successivi dominatori di Sansepolcro creò in pratica un
bacino di reclutamento per quasi tutte le cariche comunali; nel
periodo fiorentino poi è agevole constatare come a fronte della
creazione di una nuova magistratura esecutiva, avvenuta già negli
anni precedenti (i Magnifici Conservatori) molte delle incombenze
esecutive di maggior portata e che richiedavano uno studio più
attento fossero dal consiglio delegate a speciali commissioni o
balìe, create ad hoc e composte prevalentemente da personaggi
presenti nel gruppo formato dalle 15 cedole (in genere scelti fra
quelle non al momento in carica). A tali commissioni si possono poi
affiancare le numerose ambascerie mandate non solo ai dominatori del
paese ma anche ad altre personalità: anche in questo caso la scelta,
per motivi di prestigio, si rivolgeva all’interno di tale gruppo.
Per tale motivo la nostra ricerca è
stata diretta a individuare e definire tale gruppo e le sue
attribuzioni: effettuando una completa schedatura non solo delle
cariche comunali, ma anche di quelle delle tre principali
confraternite laiche del paese, controllate in buona misura dal
comune, abbiamo verificato come il ceto dirigente delineato dalle 15
cedole corrispondesse sostanzialmente (almeno come ordine di
grandezza) con il gruppo più attivo nel comune e nelle
confraternite, anche se ovviamente più limitati erano i nominativi
di coloro che partecipavano da protagonisti alle attività
amministrative del paese.
C’è da considerare che comunque tale
ordine di grandezza appare piuttosto elevato, dato il livello
demografico del paese. Su di una popolazione di circa 4500 abitanti
(verso gli anni Venti del ‘400), ma soprattutto su di un numero di
atti alle armi di quasi 1700 (nel 1452), trecento maschi adulti
attivi politicamente costituiscono un grado di rappresentatività
piuttosto elevato (pari a circa il 17,7 % del totale), considerato
soprattutto che le norme statutarie prevedevano limitazioni
all’esercizio simultaneo di cariche fra consanguinei. Il gruppo così
individuato presenta una notevole varietà di situazioni: molti sono
i mestieri (quelli dichiarati nelle fonti), fra cui prevale quello
di speziale, che al Borgo aveva una rilevanza non solo economica, ma
anche in fatto di prestigio (e infatti molti mercanti si definiscono
tuttavia speziali). Non mancano naturalmente giudici e notai, come
pure esponenti di antica nobiltà che possiamo probabilmente definire
rentiers, affiancati però da fabbri, macellai e sarti.
Anche le famiglie rappresentate sono
piuttosto varie: accanto ai nomi delle più antiche di origine
signorile, come Dotti, Graziani, Pichi e Bofolci, ce ne sono di
nuove, di recente ascesa come i Carsidoni o ancora in crescita come
i Della Francesca (il cui esponente più famoso, ma non il più
attivo, è il celebre pittore), i Largi, i Boddi e i Foni.
Particolarmente significativo è poi il fatto che siano abbastanza
rappresentate anche famiglie prive di cognome (cosa che crea qualche
problema di identificazione), evidentemente ancora in fase di
affermazione politica, ma già attivissime: per esempio i discendenti
di ser Feo e quelli di Nanni di Tano. L’idea di dinamica sociale che
questa panoramica offre è confermata dall’osservazione che non sono
necessariamente i membri delle famiglie più antiche ad essere più
attivi nel comune, così come non sono necessariamente i più forniti
di beni fondiarii (ricordiamo che l’estimo non censisce i beni
urbani, né quelli mobili). Per il gruppo dirigente si può dunque
osservare che le leve del potere politico non risiedevano più nel
possesso fondiario, né, come vedremo, erano direttamente connesse
con il potere economico.
-
Il gruppo finanziario
Il ricco materiale riguardante
l’amministrazione finanziaria di Sansepolcro nel periodo considerato
e gli appalti di gabelle e dazi permette di delineare abbastanza
compiutamente quello che definiremo il “gruppo finanziario”, formato
cioè da personale incaricato di compiti finanziari all’interno del
comune e dagli appaltatori, tutti coloro cioè che maneggiavano il
denaro delle istituzioni urbane e che per tale motivo dovevano avere
competenze specifiche, oltre a una certa disponibilità di contante.
La schedatura che abbiamo effettuato
mostra a prima vista una sorprendente varietà, poiché i personaggi
considerati sono oltre un centinaio, percentuale notevole se
rapportata alle cifre sopra fornite a proposito del ceto dirigente.
A un’indagine più approfondita tuttavia il gruppo si restringe, sia
per la presenza di numerosi consanguinei, anzi quasi sempre vere
“dinastie finanziarie” attive sul lungo periodo, sia perché
l’attività dei singoli personaggi non è omogenea. A nomi presenti
solo saltuariamente e magari in ruoli marginali si contrappongono
figure di veri professionisti della finanza, in grado di
monopolizzare per brevi periodi quasi tutte le operazioni economiche
del comune. Tale competenza specifica era del resto esplicitamente
riconosciuta dalla stessa istituzione che prima del rifacimento
completo dell’estimo di cui si è detto cercò di affidare a una
ristretta cerchia di personaggi parziali aggiornamenti, proprio per
la dimestichezza che avevano con questa fonte.
La prima osservazione che si può fare
a proposito di questi nomi riguarda la presenza limitata di membri
dell’antica aristocrazia del paese, poiché solo Pichi, Dotti, e
Carsidoni possono dirsi veramente protagonisti della scena
finanziaria. Si può poi notare che quest’ultima famiglia era in
realtà di affermazione piuttosto recente, dovuta alle fortune del
mercante Giubileo nella seconda metà del Trecento, come ha mostrato
Fanfani. Pichi e Dotti sono poi presenti, ma in virtù della
ramificazione delle famiglie, possiamo affermare che solo alcuni
rami sono effettivamente da considerare attivi a pieno titolo; per i
Pichi oltretutto il personaggio più attivo è Salvi di Artino con i
suoi discendenti, ma sappiamo che il legame familiare di questo ramo
con il ceppo principale era nel Quattrocento ormai molto tenue,
tanto che il cognome non fu quasi mai usato. Altre famiglie che
abbiamo visto attive nel comune si trovano fra questi nomi, ma sono
normalmente in posizioni meno significative, come Roberti, Bocognani
o Largi, in genere scelti proprio dal gruppo dirigente cittadino con
funzioni di controllo, potremmo dire “politiche”. Certo non mancano
finanzieri protagonisti di carriere di rispetto nelle istituzioni
comunali, ma tranne alcune eccezioni non possiamo considerarli i
veri artefici della politica urbana.
Alcuni esempi possono meglio chiarire
questo punto: i Foni sono infatti protagonisti a tutti gli effetti
della vita comunale. Famiglia di allevatori e macellai di grosso
calibro, i suoi membri esercitano praticamente tutte le cariche
dell’organico comunale, anche a più riprese; Bartolomeo di Nardo
poi, come abbiamo mostrato in altra sede, può essere considerato un
leader nel suo campo, capace di guidare la corporazione dei beccai
in uno scontro frontale con il comune e di uscirne vincitore,
difendendo gli interessi del settore. Il loro coinvolgimento nel
mondo della finanza è tuttavia limitato e soprattutto Antonio,
fratello di Bartolomeo, si dimostra assai interessato all’appalto
della gabella della carne e del macello. È ovvio tuttavia che in
questo caso più che la speculazione finanziaria ad Antonio
interessasse la gelosa difesa delle prerogative della corporazione
di cui faceva parte; il suo compito come gabelliere doveva poi
essere facilitato dalla approfondita conoscenza del settore.
Viceversa Agnilo d’Artino di Santi
Pichi e soprattutto il fratello Salvi e il nipote Parigi sono fra i
personaggi più attivi del gruppo dei finanzieri: Salvi appaltò
cinque dazi, esigette tre prestanze, fu gabelliere straordinario e
due volte venditore del sale fra 1423 e 1444, mentre Parigi appaltò
sette dazi fra il 1449 e il 1458. Le loro carriere politiche
tuttavia, per quanto non disprezzabili in assoluto, non possono
essere paragonate a quelle dei Bofolci, Boccognani o Dotti: Salvi
raggiunse il conservatorato (la massima carica civica) solo una
volta nel 1444 e fu membro del collegio dei 12 (la seconda carica)
una volta l’anno precedente, mentre Parigi è addirittura assente
dall’organico comunale, avendo fatto parte una sola volta di una
commissione nel 1451 ed esercitato una sola volta il ruolo di Priore
per la Fraternita di s. Bartolomeo nel 1470. Agnilo poi non ebbe
neanche questo ruolo, ma approfittando del suo mestiere di speziale
nel 1433 comprò cera vecchia dalla stessa Fraternita (la cera
vecchia, che il sodalizio ritirava dopo i funerali per antico
privilegio, veniva venduta a speziali che la rimodellavano e poi la
rivendevano come nuova).
Niccolò del maestro Niccolò appaltò
ben 12 dazi fra 1419 e 1443 e ne gestì altri tre in qualità di socio
dell’appaltatore, essendo comunque spesso presente agli appalti che
non vinse, come prova il guadagno di vices, il premio di
partecipazione all’asta, per ben tre volte. A ciò aggiunse tre
appalti di gabelle, sempre nello stesso periodo. Per il comune
tuttavia non esercitò se non due volte la carica di membro del
collegio dei 12, partecipando poi anche a una commissione speciale o
balìa, fra 1440 e 1443.
Simili osservazioni si possono fare
per Nanni di Cesco e per Francesco di Giovanni di Cesco (il loro
grado di parentela non è certo, ma la cronologia rende improbabile
che il secondo fosse figlio del primo): a fronte dei numerosissimi
appalti (17 per Nanni, 5 per Francesco), sta l’inconsistenza della
carriera politica di entrambi, limitata a una commissione nel 1446 e
a un priorato della Fraternita di s. Bartolomeo nel 1469 per il solo
Francesco (ma Nanni era stato fattore di Carlo di Pietramala,
signore di Citerna, nel 1418 e nel 1419).
Non si tratta naturalmente di
personaggi emarginati dalla vita politica del paese, poiché quasi
tutti i personaggi che abbiamo citato, come gli altri schedati,
erano presenti nelle 15 cedole, o erano parenti stretti di un membro
delle stesse, sedendo dunque nel consiglio più largo quando la loro
cedola era sorteggiata. Ma la vita politica effettiva sembra
preclusa ai personaggi più attivi nella finanza comunale, che dunque
costituivano un gruppo a parte, in buona misura chiuso anch’esso,
come dimostra la rete di solidarietà attestata dalle compagnie e
dalle fideiussioni che ogni appaltatore doveva presentare. Non
stupirà dunque che solo raramente i personaggi presentati abbiano
esercitato il ruolo di camerario comunale, non ostante la larga
esperienza finanziaria e contabile che potevano certamente offrire,
poiché tale carica fu soprattutto politica.
-
Gli appalti: personaggi e società
di rilievo
Accanto ai personaggi che abbiamo or
ora presentato, compare un’altra manciata di nomi veramente attiva
nel gruppo dei finanzieri. Si tratta principalmente di Gianguido
Dotti e di suo figlio Bartolomeo, Ventura di Arciprete di Ghigarello
di Nese, Nese di Matteo di Nese, Giovanni di Francesco di Giovanni
del maestro Berardino, Matteo del maestro Pace con il figlio
Fabrizio, Uguccio di Nofri da Lussemburgo e Giacomo di Stefano di
Giovani Biancalana. Per dare un’idea della loro attività si può
indicare che nel cinquantennio preso in esame furono esatti 113 dazi
(con una media dunque superiore ai due annui), che fruttarono un
totale di 32.015,7 fiorini (il totale ovviamente non tiene conto
delle lacune e della parzialità di alcuni dati). In realtà tuttavia
solo 101 di questi dazi furono veramente appaltati, per una cifra
complessiva di 27.841,4 fiorini. Di questi i personaggi che abbiamo
indicato ne appaltarono 81, per una cifra complessiva di 21.546,4
fiorini. È evidente dunque che se in un cinquantennio 10 gruppi
familiari furono in grado di appaltare l’80% in quantità e il 77,4%
in valore dei dazi di Sansepolcro non si potrà forse parlare di
monopolio ma neanche di libera competizione sul mercato finanziario.
Il sistema d’appalto in vigore nel
paese del resto favoriva i legami fra i partecipanti. Tale sistema,
usato anche per le gabelle, era chiamato “della candela accesa” ed è
avvicinabile ad altri sistemi usati in altre città del tardo
Medioevo italiano. Una volta stabilita l’imposizione del dazio, i
Magnifici Conservatori (in epoca fiorentina) provvedevano a
deciderne l’entità, indicando il saggio di imposta e la base d’asta,
calcolata in fiorini per denaro di imposta. È chiaro che con una
semplice moltiplicazione fra queste due cifre si poteva
immediatamente ottenere il totale che il dazio avrebbe reso.
Talvolta queste operazioni, come il successivo appalto, erano
demandate a speciali commissioni incaricate di ciò, specie se il
dazio doveva coprire soprattutto una spesa specifica: quando ad
esempio occorreva stipendiare il medico condotto erano in genere
coloro che lo avevano scelto a occuparsi del dazio, assicurando
dunque una copertura finanziaria al loro operato. Il giorno
dell’appalto gli officiali incaricati dell’appalto, chiamati
venditori (anche quando coincidevano con i Conservatori o con gli
elettori del medico, come nell’esempio che abbiamo fatto),
accendevano una candela per dare inizio alle licitazioni, che
sarebbero durate fino allo spegnimento della candela. Dopo la prima
offerta tutte le altre dovevano comprendere oltre a una
maggiorazione per il comune un premio di partecipazione per i
precedenti offerenti, chiamato vices (o veci). In questo modo
dando un limite di tempo all’asta e promettendo un premio a tutti
gli offerenti si motivavano indubbiamente i partecipanti. I
vincitori dell’asta dovevano poi presentare idonei fideiussori della
loro solvibilità (in genere due) e quindi giurare di fronte agli
officiali del comune di svolgere il loro compito senza abusi.
Il compito dei fideiussori tuttavia
non era puramente tecnico: sappiamo che in alcuni casi il comune
pretese da questi il rispetto delle condizioni di pagamento non
soddisfatte dagli appaltatori; in altri casi i fideiussori
effettuarono pagamenti per gli stessi appaltatori, rappresentandoli
a tutti gli effetti. Sia questo fatto, sia il conferimento di
vices, favorivano la presenza di compagnie o società, anche per
garantire la sufficiente disponibilità di cassa. L’appaltatore
infatti doveva in genere provvedere immediatamente o a breve ai
pagamenti più impellenti, e solo le rate successive sarebbero state
coperte dall’iniziata riscossione. Tutte queste condizioni erano in
genere contemplate nei capitoli d’appalto, dove non era del resto
infrequente trovare una clausola che accordava dilazioni ai
cittadini morosi: si stabiliva in questi casi che la riscossione
sarebbe iniziata a una certa data, ma che l’appaltatore avrebbe
potuto citare gli insolventi solo da una data successiva (nel
linguaggio tecnico “dare al cavaliere”, cioè consegnare la citazione
al collaboratore dei vicari o capitani incaricato delle procedure
civili).
Nella composizione delle società,
come nella presentazione dei fideiussori, non stupisce trovare
sempre gli stessi nomi, proprio perché i legami fra questi
personaggi erano stretti (talvolta anche per motivi familiari).
Forse è per tale motivo che l’andamento dell’offerta negli appalti
si dimostra assai stabile, oscillando fra un minimo di 18 e un
massimo di 24 fiorini, ma attestandosi molto più spesso attorno ai
20. Abbiamo infatti una tendenza al ribasso solo alla fine degli
anni Venti, all’inizio degli anni Quaranta e all’inizio degli anni
Cinquanta, mentre negli altri periodi l’offerta si mantiene stabile,
riportandosi presto ai livelli normali. L’unico indizio di un
cospicuo aumento si può scorgere all’inizio degli anni Sessanta,
quando la redazione del nuovo estimo dovette fornire maggior forza
contrattuale al comune, altrimenti costretto ad accettare le
condizioni delle società di appaltatori.
La più potente di queste fu
certamente composta da Salvi d’Artino e Nanni di Cesco. Per quanto
non attestata per l’intero periodo, è probabile che un qualche
legame fra i due personaggi e fra i loro consanguinei durasse a
lungo, poiché la presenza dell’uno alle operazioni dell’altro (o dei
loro parenti) è praticamente una costante. Si pensi che Nanni di
Cesco, Francesco di Giovanni di Cesco e suo figlio Giovanni di
Francesco, appaltarono in tutto 23 dazi per un totale 5291,5
fiorini, dimostrando quindi una notevole disponibilità di contante.
Salvi d’Artino, suo fratello Agnilo e suo figlio Parigi, appaltarono
invece 12 dazi per un totale di 2283,7 fiorini. Solo altri due
personaggi possono essere accostati a questi per la loro presenza
agli appalti: Niccolò del maestro Niccolò, che appaltò 15 dazi (tre
in società con altri finanzieri) per un totale di 4918,9 fiorini, e
Giacomo di Stefano Biancalana, che appaltò 10 dazi per un totale di
3052 fiorini.
Delle modeste carriere politiche dei
primi abbiamo già detto: Niccolò fu poco più attivo, partecipando
due volte al collegio dei 12 e una volta a una commissione (fra 1440
e 1443), oltre a comprare grano dalla Fraternita nel 1454. Giacomo
di Stefano invece oltre a due partecipazioni ai 12 (nel 1444 e 1447)
e a una commissione nel 1443, fu anche depositario del Piccinino nel
1439 e camerario comunale nel 1445. Inoltre dimostrò un certo legame
anche con i luoghi pii del Borgo, fungendo da priore per la
Fraternita nel 1439 e da spedaliere per la confraternita della
Misericordia nel 1434. Questa carriera, pur non brillantissima, è
già tuttavia un’eccezione nel panorama dei finanzieri Borghesi, come
abbiamo visto più interessati al maneggio del denaro che alla
politica.
-
Attività economiche a Sansepolcro:
il ruolo dei finanzieri
Sull’economia del Borgo nel
Quattrocento non ostante l’abbondanza delle fonti e qualche studio
di un certo valore si sa ancora molto poco. Probabilmente la
difficoltà di utilizzo della fonte principale, il notarile, ha
finora scoraggiato tentativi di sintesi e si è perciò preferito
mettere in rilievo determinati aspetti dell’argomento, come la
produzione di guado e il ruolo di mercato non solo locale. Anche
questa ricerca, dati i suoi scopi, non ha potuto addentrarsi più di
tanto nell’ampia mole di informazioni offerta dal notarile e si è
limitata a un esame a campione, crediamo significativo.
Da questo campione è emerso come le
principali attività a cui erano dediti i Borghesi fossero la
lavorazione della lana e il collegato commercio del guado, ma anche
quella della carne e una serie di attività tessili minori, comuni in
molti centri produttivi del tardo Medioevo, almeno in quelli forniti
di un mercato di sufficienti proporzioni, dato che cotone, lino e
seta non erano prodotti ovunque. Non mancano naturalmente quelli che
furono i pilastri dell’economia medievale, cioè la produzione
agricola (e non solo granaria) e il commercio del denaro, spia di un
mercato piuttosto vitale; meno importanti invece le attività
edilizie e quelle connesse con la lavorazione di legno e ceramica,
anche se presenti nelle fonti.
La prima impressione che si ricava
tuttavia è quella che i grandi finanzieri, specializzati
nell’appalto di dazi e gabelle, siano sostanzialmente assenti da
altre attività economiche, con qualche eccezione. Sono invece attivi
personaggi pur legati al mondo finanziario, ma posti in posizione
meno preminente, quali appaltatori occasionali, camerari comunali o
esattori di prestanze. Per costoro possiamo ritenere che la
professione prevalente fosse altra rispetto a quella finanziaria (e
difatti si definiscono in genere mercanti, lanaioli, sarti) e che la
gestione della finanza pubblica fosse più un’occasione di singola
speculazione che la norma, in nome di una diversificazione degli
investimenti che certo doveva dare buoni frutti.
Benedetto di Simone Carsidoni, ad
esempio, membro di una famiglia mercantile di cui abbiamo già avuto
modo di parlare, fu appaltatore del sale nel 1440, anche se appare
in posizione subordinata in molti altri atti riguardanti dazi e
gabelle, come fideiussore o come testimone. Le sue attività
economiche tuttavia dovevano essere molto varie, poiché nel 1436
appare come socio finanziatore di un giupponarius in una
compagnia di “deploydum et guarnelli et panni lini et aliorum
exercitiorum hucusque more solito factorum inter eos”, con la cifra
di 150 fiorini. L’aspetto consuetudinario della società dimostra che
questo tipo di investimento doveva essere usuale per Benedetto. Ma
nello stesso anno lo vediamo vendere quattro botti di vino a Matteo
del m. Pace, membro a tutti gli effetti del gruppo dei finanzieri
che abbiamo sopra definito. Sempre nello stesso anno effettua un
deposito di 14 ducati d’oro veneziani a un immigrato dal contado
tifernate, cifra probabilmente utilizzata per impiantare qualche
attività data la rilevanza.
L’anno successivo lo vediamo poi
contrarre una nuova società con il citato Matteo di Pace per lo
sfruttamento della gabella della cassa grossa, con la clausola che i
figli dei due personaggi avrebbero tenuto i libri contabili. Questo
aspetto formativo si rivelò poi proficuo, poiché sia Antonio di
Benedetto, sia Fabrizio di Matteo furono attivi nell’appalto di dazi
e gabelle. La società, inoltre, durò almeno fino al 1440, quando
furono riviste le ragioni di comune accordo. Come si vede
all’interno di un’attività piuttosto varia la gestione della finanza
pubblica fu solo una delle scelte di investimento, forse favorita
dal rapporto con il detto Matteo, con cui doveva esserci una
proficua amicizia. Tre giorni dopo la società di cui abbiamo appena
detto lo stesso Matteo comprava una pezza di terra vignata
confinante con quella di Benedetto, forse la stessa da cui proveniva
il vino comprato l’anno precedente. L’acquisto fu poi pagato in
contanti, forse con i soldi appena avuti dallo stesso Benedetto per
entrare nella società. È quindi possibile che il rapporto di
emulazione funzionasse a doppio senso e che il legame fra i due
personaggi portasse a una comune politica di investimenti.
D’altronde i legami di Benedetto non
erano solo con Matteo di Pace e la sua famiglia: sappiamo di una
parentela con i Pichi, mentre molto stretto doveva diventare il
legame con gli Acerbi, famiglia di ascendenza nobiliare, dedita
soprattutto alla professione notarile e giudiziaria. Nel 1430
infatti Antonio, il già citato figlio di Benedetto, sotto gli
auspici del padre prese in moglie Giuditta Acerbi, sorella di
Federigo (non sappiamo l’entità della dote, di certo superiore ai 36
fiorini); 10 anni dopo fu Federigo a sposare la sorella del cognato
Antonio, Contessina, con la bella dote di 300 fiorini. Federigo, che
non dimostra alcun interesse per gli appalti, fu protagonista di una
carriera piuttosto brillante all’interno del comune; tuttavia lo zio
Francesco di Piero appaltò un dazio nello stesso 1430 ed esigette
una prestanza l’anno successivo. Come si vede tuttavia in questo
settore della società gli investimenti nella finanza pubblica
rimanevano occasionali, subordinati alle attività principali dei
vari personaggi: Antonio infatti era prevalentemente un mercante e
difatti fu console dell’arte nell’anno 1447-8.
Un discorso simile si può fare per
Agnilo di Giannino di Agnilo Ugucci, che fu gabelliere della cassa
grossa nel 1417, venditore del sale nel 1444 e appaltatore di un
dazio nel 1447. Nel 1436 risulta anche aver appaltato la gabella del
vino insieme con il notaio ser Pietro di ser Bartolomeo di ser
Pietro Dori, ma quali fossero i suoi veri interessi risulta da un
atto in cui assumeva, insieme con il socio, Lorenzo di Lorenzo da
Coldarco per un anno per vendere vino al minuto e all’ingrosso,
promettendogli uno stipendio di 90 lire annue (circa 18 fiorini).
Interessante anche il caso di Sodo di
Francesco di Sodo Cittadini, precocemente attivo nella finanza e
protagonista di una carriera abbastanza rilevante nelle istituzioni
comunali. Gli interessi di Sodo dovevano essere prevalentemente nel
campo tessile, visti i numerosi acquisti di guado dalla Fraternita,
ma soprattutto vista anche la società che contrasse nel 1436 con
Matteo di Alberto di Neri e Niccolò di Marco di Niccolò Campanella
nell’arte bambacaria. Sodo partecipava alla società con 240 lire e
la bottega che metteva a disposizione degli altri soci, che
avrebbero invece messo il lavoro. Notiamo per inciso che essendo
Niccolò figlio di Marco, depositario malatestiano per lungo periodo,
e fratello di Giuliano, cancelliere comunale a cui fu affidata la
stesura degli statuti dal Piccinino (peraltro, crediamo, mai portata
a termine), è difficile che la sua opera fosse puramente manuale.
Difatti all’atto di scioglimento della società nel 1437 Niccolò
ritirò le giacenze di merce, confessandosi debitore di Sodo. Che la
società avesse effettivamente funzionato è dimostrato da un acquisto
di una grossa partita di 382 libbre di bombace turchese per la somma
di 30 fiorini e mezzo, fatto da Niccolò di Bartolo di Gnaldo dallo
stesso Sodo.
Nello stesso 1437 Sodo acquisiva da
Ventura di Arciprete di Ghigarello Guidali (cognome raramente usato
da questo ramo della famiglia, vista la condanna del ramo principale
nella congiura malatestiana) della terra vignata e soprattutto un
complesso di botteghe nella torre di Berta, simbolo
dell’aristocrazia consolare del paese, oltre che fulcro commerciale,
data la posizione sulla piazza del mercato. Il prestigioso affare
era tuttavia probabilmente un prestito mascherato, dato che
contestualmente Sodo rilasciava al venditore una promessa di
retrovendita valevole tre anni. Ventura d’altronde era un membro del
gruppo dei finanzieri, seppure non di spicco, e la necessità della
vendita era probabilmente dovuta alla carenza di contante (forse per
pagare le rate di un dazio appaltato nel giugno di due anni prima).
A far da fideiussore poi per la transazione compariva Matteo del
maestro Pace, di cui diremo più diffusamente più avanti.
Il giovane Sodo era già interessato
alle speculazioni finanziarie fin dall’anno precedente quando
ottenne la concessione della canova del sale dal tesoriere
apostolico non solo per Sansepolcro ma anche per Città di Castello.
Le clausole dell’appalto non permettono di stabilire l’entità
dell’investimento, legato al consumo dell’importante alimento;
tuttavia l’obbligo di tenere continuamente 500 some di sale nella
canova del Borgo (e una quantità a discrezione del tesoriere, ma
probabilmente maggiore, a Città di Castello), combinato con la tassa
da pagare alla camera apostolica, pari a 50 bolognini la soma, ci
mostra un investimento minimo di 25.000 bolognini (più il costo
stesso del sale), cioè poco più di 600 fiorini, per il solo Borgo.
La concessione, che doveva durare due anni, fu tuttavia revocata
dopo soli tre mesi su espressa indicazione del pontefice, che aveva
manifestato la volontà che la canova “sit et fiat per Cameram
Apostolicam”, cioè in gestione diretta. Dopo le ovvie proteste di
Sodo si raggiunse un accordo per cui si permetteva a Sodo di
continuare a vendere il sale già importato, pari a 300 salme (la
salma era probabilmente un altro nome della soma, visto che entrambe
risultano formate da 300 libbre borghesi). Le condizioni
dell’accordo sono tuttavia assai interessanti. Innanzitutto perché
permettono di sapere quale fosse stato l’investimento iniziale di
Sodo, visto che gli furono riconosciute le spese per 50 bolognini la
salma, cioè 15.000 bolognini (circa 370 fiorini). Ma questo fatto ci
permette di appurare anche quale fosse il ricarico su questo
importante alimento, visto che la cifra riconosciuta per le spese è
esattamente la stessa che Sodo avrebbe dovuto versare alla camera
come tassa. La redditività di questa imposizione, su cui si è
soffermata recentemente Patrizia Mainoni, è così confermata oltre il
50% (visto che anche Sodo doveva guadagnare qualcosa; difatti
l’accordo prevedeva un salario di 2 fiorini mensili finché fosse
durata la vendita). Del resto l’accordo prevedeva che il prezzo
finale del sale così venduto fosse di 14 lire e 14 soldi a salma,
con un guadagno netto per la camera apostolica di oltre 7 lire,
visto che i 50 bolognini delle spese che sarebbero andati a Sodo
corrispondevano a poco meno di 7 lire. Da tutto ciò viene confermato
l’alto grado di redditività dell’imposta del sale, che giustifica
l’ostinazione di Sodo, visto che pochi anni prima, durante il
dominio di Niccolò Fortebracci, egli, allora minore, aveva già avuto
tale gestione, anche se poi le vicende politiche lo avevano privato
di una parte del guadagno. Il nostro giovane finanziere dovette
infatti adire i tribunali del Borgo per ottenere una rivalsa sui
crediti del passato vicario braccesco e la causa fu lunga e
dispendiosa, visto che richiese ben quattro processi.
Gli esempi che abbiamo portato
mostrano abbastanza bene gli intrecci di interessi che muovevano i
Borghesi più attivi economicamente a cercare di partecipare alla
gestione della finanza pubblica. Tuttavia si vede bene anche che i
personaggi in questione raramente erano parte di quell’élite di
finanzieri che abbiamo descritto nel precedente paragrafo e che
consideravano gli appalti una speculazione di buona redditività ma
non la loro attività principale. Il fatto è che il gruppo più
ristretto dei finanzieri è invece quasi assente dai registri
notarili. Ciò potrebbe dipendere dalla scelta del campione che
abbiamo fatto, ma a un’analisi attenta questa spiegazione non sembra
probabile. Nanni di Cesco a esempio si ritrova nelle fonti, ma
semplicemente come operarius della chiesa di s. Agostino,
cioè in una posizione marginale rispetto al cuore della vita
economica, oppure semplicemente negli atti di appalto delle gabelle
che sono riportati nelle imbreviature.
Anche i due fratelli Salvi e Agnilo
d’Artino ricorsero al notaio (in questo caso ser Mario di ser Matteo
Fedeli) per la delicata operazione della divisione dei beni comuni,
scrivendo due “brevia” con metà dei beni ciascuno, mettendoli “in
lembo tunice mei notarii” e facendoli estrarre a un “impuberem”.
L’operazione è tale che non si può supporre meno che piena fiducia
da parte dei fratelli nei confronti del notaio; eppure essi non
compaiono in questa documentazione se non con compiti di modesta
importanza, come per esempio quello di estimatore di un’eredità,
svolto nel 1443 da Salvi, o di estimatore di una dote, svolto nel
1429 da Agnilo. L’impressione è dunque quella che i finanzieri
“puri” si concentrassero quasi esclusivamente sulla gestione della
finanza pubblica (il che fra l’altro giustifica la loro alta
competenza, richiesta come abbiamo visto dalle autorità per
l’aggiornamento dell’estimo).
Unica eccezione di un certo rilievo è
costituita da Matteo del maestro Pace, di cui già abbiamo detto
qualcosa. Gli interessi di questo personaggio erano davvero
molteplici, e appare evidente che egli fosse disposto a investire il
suo capitale ovunque si presentasse un’occasione. È frequente
infatti la sua menzione come fideiussore nei contratti più disparati
e con personaggi con cui non aveva probabilmente alcun legame
d’interessi (per esempio stranieri o contadini). È quindi probabile
che egli svolgesse professionalmente l’attività di fideiussore a
pagamento; ma anche altre occasioni non erano trascurate dal nostro
finanziere: nel dicembre 1436 infatti affittò per un solo anno
un’ampia estensione di terra a Gragnano, nella fertile piana del
Tevere, dalla moglie di Nello Baglioni di Perugia, che ovviamente
non poteva seguire da vicino lo sfruttamento di possedimenti così
lontani. Il tenue canone di 8 staia di grano per 2100 tavole doveva
quindi garantire un consistente ricarico a Matteo, che certo avrebbe
trovato facilmente dei subaffittuari. Per tali speculazioni del
resto egli non esitava a prendere anche somme in prestito, come
prova un deposito effettuato nel 1439 per 5 anni da Niccolò di Piero
di Biagio, speziale anch’egli interessato alla gestione della
finanza pubblica, sia pure come camerario o depositario.
Forse un aiuto alla disponibilità
finanziaria di Matteo veniva anche da altre fonti meno ortodosse:
nello stesso 1437 infatti Venutello del fu Iacopo Acquisti, con il
consenso di un parente “adhibiti ad hoc quia dictus Venutellus
surdaster erat”, effettuò una cospicua donazione di un podere con
due case e ampi pascoli al detto Matteo per i molti benefici che
aveva da lui ricevuto, ma soprattutto perché il finanziere aveva
promesso di prenderlo in casa e mantenerlo fino alla morte. Già
abbiamo detto dell’interesse di Matteo per il vino, comprato dal
Carsidoni e probabilmente rivenduto, come prova una ricevuta, che
menziona anche un asino. La disponibilità di bestie da allevamento e
da lavoro è poi provata anche da alcune soccide, concesse a
lavoratori agricoli. Ma il finanziere non rifuggiva dal fare
prestiti anche ai suoi lavoratori, secondo una consuetudine che
vedeva gli stessi costantemente in debito con i “patrini” urbani.
L’eccezionalità di questo
personaggio, dedito a ogni genere di affare, tranne forse la
produzione tessile, risalta ancor più se si pensa che il figlio
Fabrizio, continuatore della politica del padre riguardo agli
appalti, non ne seguì le orme per quanto riguarda le altre attività.
Le sue menzioni nel notarile infatti si limitano a revisioni di
conti per le passate imprese paterne (compresa una società per
vendere vino contratta contestualmente all’appalto della gabella
sullo stesso) o ad appalti di nuove gabelle, oltre a qualche
prestito di minore entità. Il fratello Cristofano poi aveva scelto
tutt’altra strada, visto che fu condotto dal capitano sforzesco
Ciarpellone con quattro lance, fatto che indica non solo la sua
professionalità riconosciuta anche ai massimi livelli, ma anche una
scelta economica non occasionale, dato che quattro lance
significavano almeno una mezza dozzina di uomini ai suoi ordini, e
soprattutto alle sue dipendenze economiche. Fabrizio e la madre
Persa, poi, dovettero affrontare una carenza di liquidi nel 1443,
vendendo una parte del patrimonio immobiliare accumulato da Matteo
(e in particolare una casa in città e lo stesso podere ottenuto con
la donazione di cui abbiamo già fatto menzione).
-
La base patrimoniale
Dopo queste osservazioni sulle
attività economiche del gruppo dei finanzieri viene ovvia la domanda
a proposito della loro base patrimoniale, vista la scarsità dei loro
interessi mercantili-artigianali. Per un’indagine di questo genere
abbiamo una fonte privilegiata, cioè l’estimo del 1461. L’uso di
tale fonte tuttavia richiede qualche cautela che ci accingiamo a
esporre. Innanzitutto occorre tener presente la distanza di tale
fonte dalle altre: sarà facile infatti trovarvi i personaggi attivi
negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo, ma assai meno agevole
rintracciarvi quelli della prima metà del secolo. Tutto ciò è
complicato dal sistema onomastico vigente a Sansepolcro (e in buona
parte dell’Italia centrale) durante il XV secolo, che prevedeva un
limitato uso del cognome e la frequente menzione di catene di
patronimici per individuare la persona. Il secondo Quattrocento
tuttavia è a questo proposito un periodo di transizione, poiché
molti dei cognomi dell’età moderna si formarono proprio allora,
originando da patronimici o da soprannomi poi fissati (ne è un
esempio Piero della Francesca, il cui quadrisavolo si chiamava
effettivamente Francesco). Come conseguenza l’ultimo dei
patronimici, quello che si sarebbe poi trasformato in cognome,
veniva frequentemente anteposto agli altri, o addirittura citato con
il solo nome del padre del personaggio, e ciò naturalmente può
causare confusioni nello stabilire il grado di ascendenza. I nomi
più diffusi poi erano decisamente pochi, e quindi capitano catene di
patronimici che se non intere possono ingenerare ulteriore
confusione. Tutto questo per giustificare il fatto che non tutte le
famiglie si sono potute rintracciare nella fonte, anche se un più
approfondito incrocio di questa con tutte le altre fonti disponibili
potrebbe portare a ulteriori riconoscimenti (vista anche la
disparità di indicazione fra la documentazione in latino e quella in
volgare).
A Sansepolcro poi, e questa è una
particolarità del nostro centro, l’estimo censiva solo i fondi
rurali, o come si esprimeva la legge istitutiva del nuovo estimo i
"tereni acti al'agricultura".
Ciò del resto è comprensibile in un centro dalla vivace
predisposizione al commercio e all’artigianato, in cui cioè il ceto
dirigente non voleva dover rispondere davanti al fisco dei propri
beni mobili, come delle case e botteghe. Di conseguenza il
censimento che analizziamo fornisce un’immagine molto parziale della
reale ricchezza dei Borghesi, sbilanciata verso il possesso
fondiario. Anche i metodi di alliramento portavano inoltre a
notevoli disequilibri, poiché le singole portate, verificate da
un’apposita commissione, riportavano solo la dislocazione della
terra, la sua qualità e la sua estensione. La commissione avrebbe
poi provveduto a stimare i fondi per unità di misura e a calcolare
dunque il valore dell’intero imponibile. Per motivi che non ci sono
noti tuttavia nei registri riassuntivi, che erano poi quelli
utilizzati per l’esazione del dazio, la cifra dell’imponibile venne
ridotta quasi sempre a circa un quarto della cifra che ci
aspetteremmo nei registri dettagliati (che invece mancano quasi
sempre dei totali). Da questo imponibile ridotto si calcolava poi un
coefficiente d’estimo, paragonabile alla rendita catastale, che
secondo la normativa doveva essere differenziato in base alla
residenza del contribuente, ma che in pratica fu aggiustato ad
personam, secondo una ratio attorno a un dodicesimo
dell’imponibile ridotto (mentre la legge parlava per i Borghesi di
un sedicesimo). Questo coefficiente era poi quello che veniva
conteggiato per la ripartizione dei dazi: essendo infatti inteso in
lire, quando si imponeva per esempio un dazio di 10 denari per lira
d’estimo, ogni contribuente avrebbe pagato 10 denari per ogni lira
della rendita catastale.
Detto
questo è evidente che se i registri riassuntivi ci danno le
percentuali in cui venivano effettivamente suddivisi i dazi, sono
quelli dettagliati a cui ci dobbiamo rivolgere per avere la reale
consistenza delle proprietà fondiarie dei Borghesi. Nel nostro
campione non mancano i veri ricchi, come Giuliano di Matteo di Cecco
di Ciacio, lanaiolo allibrato per oltre 6.000 lire che fu anche
depositario nel 1446; la massima parte dei contribuenti di alto
livello si attesta su cifre più modeste fra le 2.000 e le 3.000
lire. In questo caso tuttavia sembra difficile poter generalizzare,
visto che le condizioni familiari sono le più disparate. Esaminiamo
prima il gruppo più ristretto dei finanzieri, quelle dieci famiglie,
per intenderci, che monopolizzarono o quasi la finanza pubblica nel
periodo in esame.
Nanni di
Cesco nel 1461 era ormai scomparso da tempo. I figli tuttavia (e
forse la vedova) formavano ancora un gruppo familiare compatto,
presentando un’unica posta per l’estimo (un fuoco fiscale, nel
linguaggio tecnico), che risultava intestataria di 839 lire di beni
(qui come in seguito, se non specificato altrimenti, facciamo
riferimento alle somme effettuate da noi sulla base dei registri
dettagliati). Tale cifra situa gli eredi di Nanni nella classe media
(fra le 500 e le 1000 lire), la più ampia della società Borghese, in
cui si trovavano non solo famiglie nuove ma anche lignaggi di antica
ascendenza signorile.
D’altra
parte Giovanni di Francesco di Giovanni di Cesco, di cui non
conosciamo l’esatto grado di parentela con Nanni, presentava una
posta a sé di 452 lire, sulle soglie dunque della classe mediobassa
(fra le 100 e le 500 lire). Sappiamo che anche Giovanni di Francesco
fu attivo nell’appalto di dazi e dunque doveva essere comunque
fornito di un discreto capitale liquido; possiamo dunque ritenere
che in un periodo imprecisato il patrimonio familiare, dei due rami
insieme, fosse attorno alle 1300 lire, e cioè si situasse nella
classe medioalta della società Borghese (fra le 1000 e le 2500 lire).
In
posizione simile si situava Francesco di Fabrizio di Matteo del
maestro Pace, che risulta insieme ai fratelli intestatario di una
posta e sostanzialmente erede dei beni del padre, con 1485 lire.
Come sappiamo tuttavia Fabrizio non era l’unico figlio di Matteo,
anche se era quello che ne aveva seguito le orme più da vicino e che
probabilmente ne aveva ereditato la massima parte dei beni fondiari.
Cristofano il condottiero infatti era anch’egli scomparso prima del
1461 e i suoi eredi risultavano intestatari di una posta più snella,
limitata a una sola vigna, sia pure di notevole valore, poiché erano
allibrati per 307 lire. Anche in questo caso il patrimonio originale
di Matteo doveva essere ben più alto e situarsi forse oltre la
soglia della classe più alta (oltre le 2500 lire), poiché come
abbiamo visto Fabrizio e la madre furono costretti a vendere
numerosi appezzamenti. È possibile dunque che le molte speculazioni
di Matteo, garantite da un patrimonio sostanzioso, l’avessero
esposto un po’ arditamente ai rovesci della fortuna e che gli eredi
dovessero ridimensionare il ventaglio degli investimenti potendo
contare su di un patrimonio più ridotto.
Assai cospicuo era invece il
patrimonio di ser Uguccio di Nofri di Francesco da Lussemburgo,
membro di una famiglia di ascendenza signorile, che si diceva scesa
in Italia al seguito di Arrigo VII (ma non è chiaro se sia stata la
famiglia a dare il nome al castello avito di Lucimborgo,
sull’Appennino, o viceversa il nome del castello abbia provocato
facili assonanze e la creazione della leggenda). Il patrimonio del
valore di 2080 lire dava chiaramente la misura di un radicamento
fondiario marcato, a cui la professione notarile e le speculazioni
finanziarie dovevano aver aggiunto ben poco, per quanto ampiamente
praticate dall’ultimo rampollo.
Su di un livello simile si situavano
gli eredi di Agnilo d’Artino, i tre fratelli Santi, Andrea e Matteo,
la cui famiglia come abbiamo detto era un ramo ormai distinto della
più antica schiatta dei Pichi. Ma date le attività finanziarie non è
forse solo da attribuire ad antichi possedimenti l’ampiezza del
patrimonio, valutato 2178 lire. Decisamente più snella la posta
intestata a Parigi di Salvi d’Artino e ai suoi fratelli (poiché
anche Salvi era scomparso): le 191,8 lire del totale davano appena
la misura di quella che doveva essere stata una potenza economica di
notevole rilievo, ma evidentemente volta soprattutto alla ricchezza
mobile. Anche qui si può tuttavia supporre che l’originario
patrimonio dell’avo Artino di Santi, ricco e influente calzolaio,
sfiorasse le 2400 lire e quindi si avvicinasse al livello più alto
della società Borghese, prima che nella famiglia con la divisione
patrimoniale si affermasse anche una certa specializzazione
economica (ma non esclusiva, visto che anche Agnilo si interessò di
finanza pubblica). Su di un livello minore rispetto a questa
famiglia si trovavano invece gli ultimi due personaggi, cioè Niccolò
del maestro Niccolò del maestro Francesco, allibrato per quasi 1017
lire, e Giacomo di Stefano Biancalana, scomparso nel 1461, ma
rappresentato da Stefano e fratelli, suoi figli allibrati per 839,5
lire.
Una simile disparità di condizioni,
anche se come abbiamo visto nessuno dei personaggi menzionati era in
fondo alla scala dei patrimoni con un imponibile di meno di 100
lire, si riscontra anche nel gruppo più allargato dei finanzieri
“non professionisti”, di quei personaggi cioè che si dedicavano
saltuariamente alle speculazioni finanziarie. Già abbiamo detto di
Giuliano di Matteo, e a esso possiamo accostare Ettore di Dionigi di
Mastino Roberti, membro di un’antica famiglia già attiva a fine
Duecento e alleata dei faggiolani. Il suo patrimonio di 5620 lire lo
situa ai vertici della società Borghese e la sua richiesta di
intercessione a Firenze per ottenere un ufficio finanziario,
allegando la povertà e la numerosa famiglia, si può comprendere solo
sulla base di un tenore di vita molto elevato e dispendioso (Ettore
infatti parlava delle numerose figlie da dotare, che ovviamente
richiedevano doti di rilievo per essere piazzate ai vertici della
società).
A un livello molto simile si situa
anche Piergiovanni di Cristofano di Agostino Mercati, che fu
camerario comunale nel 1444. Questo personaggio era intestatario di
ben tre diverse poste nell’estimo, una personale per 2064 lire, una
con l’erede di suo fratello Agostino di Cristofano per 474 lire, una
con lo stesso e con l’erede di Silvestro di Silvestro di Agostino
(quasi certamente un cugino) per 3085 lire. Non è forse sorprendente
che i patrimoni più vasti, appartenenti alla prima classe della
società Borghese, si trovino solo nel gruppo più esterno della
finanza. In questo gruppo tuttavia si trovavano anche personaggi dal
patrimonio fondiario di minor ampiezza e paragonabili dunque ai
finanzieri del gruppo “ristretto”.
Pensiamo a esempio a Giannino di
Damasso di Giannino di Agnilo Ugucci, che fu depositario e camerario
comunale nel 1445, anche se interessato alle speculazioni fu
soprattutto suo zio Agnilo di Giannino di Agnilo. Giannino era
intestatario di una posta per 2085 lire; il cugino Niccolò,
probabilmente l’unico erede di Agnilo nel frattempo scomparso,
presentava una posta di 563,2 lire, quindi molto inferiore. Dobbiamo
considerare che la specializzazione economica in questo caso doveva
essere stata più vincolante, vista la disparità delle due cifre;
Niccolò del resto dichiarava la professione di orefice, che
ovviamente richiedeva ingenti capitali liquidi, immobilizzati in
materia prima e in attrezzatura tecnica. Anche i fratelli Antonio e
Piero di Benedetto Carsidoni possono essere annoverati in questa
categoria. Antonio, che come sappiamo seguì le orme del padre nella
gestione delle finanze pubbliche, nel 1461 era allibrato per quasi
1465 lire, con un patrimonio dunque rispettabile ma non
elevatissimo; Piero invece era leggermente più fortunato avendo un
imponibile di 1861 lire. Anche qui possiamo ritenere che un
patrimonio di tutto rispetto, del tutto consono alla famiglia che
aveva dominato la scena economica Borghese trecentesca, si fosse
ridotto per le divisioni ereditarie in dotazioni sempre buone ma di
minor livello.
-
Valore della terra e suo
sfruttamento
Qualche ulteriore osservazione si può
fare analizzando più da vicino le portate dettagliate per verificare
la qualità di questi patrimoni che finora abbiamo indicato con il
loro valore globale. Ricordando che l’estimo Borghese censiva solo i
fondi agricoli, si può notare che la varietà colturale è decisamente
ampia, poiché si va dalla terra definita “lavorativa”, tout court,
a quella arativa (la terra propriamente “da pane”), a quella vignata,
alle vigne vere e proprie e agli orti, oltre naturalmente a una
notevole percentuale di incolti (definiti sodi, silvati, boscati o
più spesso cerretati e salcastrati). Il cerro e il salice erano
indubbiamente le due essenze arboree che maggiormente
caratterizzavano la Valtiberina medievale, diffusi il primo sulle
colline e fin quasi sulle montagne, il secondo nella pianura
alluvionale del Tevere. Anche il valore della terra appare
abbastanza disparato, oscillando tra 4 denari a tavola (la misura di
superficie Borghese, invero piuttosto piccola) per gli incolti più
lontani dal paese, alle 6 lire a tavola per le terre più vicine al
centro urbano. Sorprendentemente benché vigne e orti valessero
mediamente più delle altre terre, la vicinanza era la qualità più
apprezzata, poiché le stime più alte sono assegnate a terre
lavorative poste a ridosso delle mura. Il valore delle stime appare
poi perfettamente in linea con le quote di mercato indicate nel
notarile (anche se su questa fonte grava sempre il sospetto di una
sistematica svalutazione dei beni per fini fiscali). Nei contratti
di vendita reperiti a dire il vero non si trovano le stime più basse
sotto i 2 soldi, ma questo è probabilmente dovuto al fatto che gli
incolti raramente comparivano sul mercato della terra.
Rimarchevole è invece la scarsa
presenza di strutture produttive industriali sui fondi, dato che
probabilmente si trovavano normalmente nel centro urbano o nei
sobborghi urbanizzati: abbiamo trovato una fornace su un fondo
vicino alla rocca vecchia del Borgo, di proprietà di Antonio di
Giacomo di Fuccio Pinucci, un molino su di un fondo policolturale in
località Basilica, sul torrente Afra, di proprietà di Tomasso di
Uguccio di Piero di Mino Guelfi, un frantoio nella villa di s.
Pietro, in una zona di oliveti, di proprietà di Marco di Paltone di
Nanni di Tano, un frantoio da guado presso il torrente Grillina, al
centro di una struttura rurale di una certa importanza, forse
un’antica curtis incastellata, data la presenza di una torre,
di proprietà di ser Uguccio di Nofri di Francesco da Lussemburgo,
una fornace sita in un’aia nel borghetto di porta Fiorentina (fuori
probabilmente dalla palizzata che lo delimitava, altrimenti non si
spiegherebbe l’inclusione nel registro), di proprietà di Giovanni di
Francesco di Giovanni di Cesco. Tranne gli ultimi due si tratta di
personaggi esterni al ristretto gruppo dei finanzieri, che
probabilmente era meno sensibile alle produzioni industriali come
genere di investimento. Non sembra tuttavia che tali strutture
incrementassero particolarmente il valore della terra, come non
particolarmente significative dal punto di vista del valore appaiono
case e casalini sui fondi degli altri contribuenti. Possiamo notare
anche che rari sono i poderi e gli adunati di terra di una certa
consistenza e dotati di strutture abitative; d’altra parte rare sono
anche le singole unità colturali che superino le 1000 tavole.
Tutto ciò conferma l’impressione che
la proprietà fondiaria fosse ancora assai frazionata e la
ricomposizione a uno stadio incoativo, anche se qualche indizio non
manca; in questo modo si spiega anche la scarsa diffusione della
mezzadria, pressoché assente dai contratti notarili, anche se può
darsi che certi rapporti fossero regolati oralmente. Le
concentrazioni di beni in un singolo luogo appaiono infatti più
l’eredità di un passato signorile che il frutto cosciente di una
riorganizzazione urbana, permeata di mentalità mercantile. Tutto ciò
naturalmente scava un solco fra Sansepolcro e il resto del dominio
fiorentino, eccettuate naturalmente zone di recente acquisto e
tradizionalmente tetragone a qualsiasi riorganizzazione in senso
mezzadrile, come il contado pisano. L’eredità signorile poi può
essere desunta dalla relativa frequenza di castellari o palazzi sui
fondi: il caso più significativo è rappresentato da ser Uguccio da
Lussemburgo, come abbiamo visto di fiera ascendenza signorile, che
oltre alla torre di cui abbiamo detto possedeva, per intero o
parzialmente, ben cinque altri castellari in altrettanti villaggi
del distretto.
Se passiamo ai singoli casi potremo
notare, ad esempio, che Francesco di Fabrizio di Matteo di Pace
poteva contare su 1007 tavole di terreno; oltre a una vigna di 218
tavole, tutto il resto era composto da terre lavorative, fra cui
spiccava per valore una pezza posta nelle adiacenze del prato del
mercato, fuori porta Libera (a dire il vero c’era anche un “salcastrino”,
cioè un saliceto, ma esso è completamente privo di descrizione). Si
rileva dunque l’assenza di incolti, che probabilmente significava
disinteresse per l’allevamento (almeno da parte di Francesco), e la
presenza di una vigna, troppo grande per l’autoconsumo, ma
insufficiente per una grossa produzione commerciale. Se però
consideriamo che gli eredi di Cristofano di Matteo di Pace avevano
solo una vigna di 107 tavole, possiamo ritenere che l’avo Matteo
avesse investito una parte delle sue energie nella produzione
vinicola (come del resto abbiamo visto dalle sue attività).
L’allevamento che il finanziere aveva invece praticato in certa
misura doveva essere stato o sulle terre comuni di Sansepolcro o su
quelle dello stesso Matteo date in concessione, in questo caso come
integrazione della produzione agricola, sempre che gli eredi non si
fossero disfatti nel frattempo di appezzamenti di prato o bosco.
Una simile proporzione si rileva
nelle proprietà degli eredi di Nanni di Cesco, che su 701 tavole
totali ne dichiaravano 153 di vigne e nessuna di incolti. Anche in
questo caso si può ritenere che le possibilità di immettere prodotti
sul mercato fossero limitate a una certa quantità di vino, oltre
naturalmente a una modesta quantità di cereali nelle annate
migliori, caratteristica questa che doveva essere comune a tutti i
proprietari fondiari del Borgo, a prescindere dai patti stipulati
con i coltivatori.
I figli di Agnilo d’Artino invece su
1863 tavole totali ne dichiaravano 264 di vigne, ma anche 344 di
cerreti, oltre a ben due complessi dotati di casa, aia e orto,
entrambi nella villa di Bibbiona. Le restanti 1255 tavole di
lavorativo dovevano invece permettere una disponibilità di cereali
maggiore, forse orientata verso il mercato. D’altro canto i figli di
Giacomo di Stefano Biancalana su 3628 tavole totali ne dichiaravano
128 di vigne; le restanti 3500 tuttavia erano costituite dalla metà
di un grosso complesso fondiario sito in località Vallecanda, presso
il torrente Riascolo, che era probabilmente l’erede di una curtis
incastellata, visto che comprendeva due castellari, oltre a numerose
terre improduttive (chiamate terre “rupine” e sassaie), come prova
l’esiguo valore per unità di misura (2 soldi). L’altra metà del
complesso era in mano ad Antonio di Stefano Biancalana, e dunque lo
smembramento di questa antica unità signorile ormai pressoché
improduttiva era abbastanza recente.
Niccolò del maestro Niccolò del
maestro Francesco dichiarava 1015 tavole, ma di queste, oltre a un
orto con casalino annesso di 16 tavole di estensione, tutto il resto
era composto da terre lavorative e arative, situate poi tutte nelle
due ville confinanti di Falcigiano e Santa Croce, nei pressi del
Tevere. In questo caso sembra di poter vedere un indizio di una
certa ricomposizione fondiaria, anche se ancora non rivolta alla
formazione di unità poderali autosufficienti. È quindi probabile che
oltre alle speculazioni finanziarie Niccolò investisse soprattutto
in produzioni cerealicole (e forse di guado, visto che i terreni
lungo il Tevere si prestavano assai bene a questa coltura).
Un caso molto particolare poi
costituiva Uguccio di Nofri di Francesco da Lussemburgo, la cui
proprietà molto estesa (10.084 tavole) era tuttavia anche molto
frazionata. Non si sfugge all’impressione che questo agglomerato
fosse il risultato di successivi smembramenti di più curtes
incastellate, non solo per la presenza, come abbiamo detto, di ben
cinque castellari, ma anche per la frequenza di case e di
associazioni policolturali in cui l’incolto e la selva predominavano
(un appezzamento di terra soda, silvata e prativa arrivava a ben
4000 tavole). Le vigne in questo complesso costituivano una frazione
assai modesta (128 tavole), probabilmente appena sufficiente
all’autoconsumo se il tenore di vita di ser Uguccio si era mantenuto
sugli alti livelli dei suoi antenati signori rurali. Non abbiamo
invece notizia di un suo impegno nell’allevamento, ma la vocazione
di buona parte dei suoi possedimenti era sostanzialmente quella,
specie per bestiame brado ovino e porcino; con ciò tuttavia non si
vuol negare che la produzione cerealicola non fosse praticata, visto
che comunque ben 4000 tavole erano almeno parzialmente lavorative.
Chiudiamo questa rassegna con
l’allevatore e macellaio Bartolomeo di Nardo Foni, membro del gruppo
“esterno” dei finanzieri. Le sue proprietà, piuttosto estese (2348
tavole) erano tuttavia molto frazionate, anche se più della metà
della superficie era rappresentata da un solo appezzamento di terra
soda e cerretata sul Colle di Carpineta (1500 tavole). Se 460 tavole
erano composte da due vigne, estensione che permetteva una certa
presenza sul mercato, le 175 di terre lavorative non dovevano essere
sufficienti ad assicurare l’autoconsumo cerealicolo del macellaio
(visto che si occupava anche di guado); in compenso le 1713 tavole
di incolto, fra terre sode, cerreti e saliceti, potevano essere una
buona base per la pratica dell’allevamento, anche se forse
insufficiente alle estese mandrie di Bartolomeo, che doveva
probabilmente far ricorso ai pascoli comuni sull’Alpe della Luna.
-
Conclusioni
Giunti a questo punto risulta
difficile tirare le conclusioni di una ricerca che ha mostrato una
realtà tanto varia. Abbiamo visto che il bilancio straordinario, pur
meno importante di quello ordinario, costituiva la vera spia delle
necessità del comune, per via della sua reale disponibilità per
l’amministrazione e della sua elasticità. Pur nella sua instabilità
fisiologica abbiamo notato una tendenza alla stabilizzazione e al
ridimensionamento, almeno nel lungo periodo. Tutto ciò tuttavia non
dovette comprimere particolarmente l’importanza dei finanzieri
privati che gestivano l’esazione dei tributi, anticipando somme non
trascurabili al comune.
L’esame di queste figure è stato poi
l’argomento della seconda parte della ricerca. Forse il risultato
più significativo è stato la constatazione dell’articolazione del
gruppo finanziario in due nuclei abbastanza distinti: da un lato una
manciata di famiglie (10!) in grado di monopolizzare il mercato
degli appalti, relativamente chiuso e tendente alla specializzazione
dinastica (almeno a quanto può risultare sulla spanna cronologica di
un cinquantennio, pari all’attività di tre generazioni). Abbiamo
chiamato questo gruppo “interno”, proprio perché i restanti
finanzieri attivi nel Borgo Quattrocentesco si lasciano definire più
in negativo, come “esterni” appunto, data la varietà delle loro
situazioni. È anche rilevante vedere che specularmente il gruppo
ristretto dei finanzieri appaia, per così dire, “esterno” al ceto
dirigente attivo nelle istituzioni comunali, non certo perché
emarginato (secondo il vecchio cliché del disprezzo per il
pubblicano), ma perché maggiormente interessato alle attività
finanziarie. Il ceto dirigente sembra invece identificarsi appieno
con il gruppo esterno dei finanzieri, a indicare che il controllo
della finanza pubblica era comunque una delle priorità della vita
politica urbana, anche se le scelte economiche che ne discendevano
erano molto variegate. Non sembra invece di poter evidenziare
fratture di classe o di origine sociale, né nel ceto dirigente, né
nel gruppo più ristretto dei finanzieri, poiché le famiglie nuove,
in ascesa o di recente affermazione, sono presenti accanto a quelle
di più antica tradizione aristocratica. Del resto la ristrettezza di
questo secondo gruppo non permette di elaborare statisticamente
classi e livelli sociali.
Una certa coerenza dimostrano anche i
dati offerti dalla fonte notarile, poiché i finanzieri puri appaiono
poco interessati ad altre forme di investimento, con rimarchevoli
eccezioni tuttavia. La vitalità economica del paese era comunque
assicurata dalle attività di altri personaggi, fra cui spiccano
quelli del gruppo definito esterno dei finanzieri. Per costoro
indubbiamente le possibilità d’investimento erano molteplici e la
gestione delle finanze comunali costituiva solo una delle opzioni
(necessariamente, visto che molti degli spazi in questo campo erano
già occupati).
Simili osservazioni si possono fare
sulla base dei patrimoni rivelati dall’estimo del 1461: a una grande
varietà di situazioni corrisponde tuttavia una più diffusa presenza
dei finanzieri professionisti fra i possessori di patrimoni di media
dimensione. Questi patrimoni non dimostrano una vocazione
policolturale accentuata né una predisposizione per l’allevamento,
ampiamente praticato invece da molti altri Borghesi, e sono ancora
molto frazionati, frutto di acquisti disordinati o di situazioni
pregresse di disgregazione delle unità colturali dei secoli
precedenti; in questo tuttavia pesa anche la relativa distanza della
fonte fiscale dai personaggi attivi nei primi anni dello studio,
quasi tutti scomparsi e rappresentati da una moltitudine di eredi.
Più equilibrata risulta invece la disponibilità fondiaria di quegli
appartenenti al ceto dirigente che abbiamo definito esterni al
gruppo finanziario ristretto, con tracce di qualche attività anche
industriale, e ciò risulta in linea con la varietà di interessi
dimostrata anche sul piano economico da questi personaggi. Per le
dieci famiglie del gruppo più ristretto dunque, con qualche vistosa
eccezione, il possesso di beni fondiari sembra soprattutto
finalizzato alla produzione di cereali per il consumo privato e poco
più, situazione ben comprensibile alla luce della costante carenza
granaria di un paese troppo grande per le sue risorse cerealicole.
Crediamo dunque con queste note di
aver delineato abbastanza chiaramente la fisionomia di un gruppo dai
contorni relativamente ben definiti, le cui scelte economiche furono
in grado di pesare sulle possibilità di investimento del ceto
dirigente, anche se al contempo questo poteva esercitare qualche
condizionamento di riflesso sui personaggi dell’élite
finanziaria, che comunque non costituiva la sola realtà economica
del paese.
Gian Paolo G. Scharf
Dopo il lavoro di N. Ottokar, Il comune di Firenze alla fine
del Dugento, Torino, Einaudi, 1974, in cui l’indagine
prosopografica era finalizzata a un’analisi politica, i risvolti
sociali di tale tipo di indagine non sono mai stati dimenticati:
vedi per esempio S. Raveggi, M. Tarassi, D. Medici e P. Parenti,
Ghibellini, guelfi e popolo grasso. I detentori del potere
politico a Firenze nella seconda metà del Dugento, Firenze,
La nuova Italia, 1978. Per un esempio assai vicino a
Sansepolcro, geograficamente e demograficamente, vedi
C. Perol,
Cortona.Pouvoirs
et sociétés aux confins de la Toscane (XVe – XVIe siècle),
« Collection de l’Ecole Française de Rome », 322, Roma, École
Française de Rome, 2004;
Ead., Gli autori di un compromesso: i riformatori di Cortona,
in Lo Stato territoriale fiorentino, pp. 461-75. Molti
spunti in questa direzione sono presenti comunque in diversi dei
contributi presenti in quest’ultimo volume, come per esempio in
W.J. Connell,
Il cittadino umanista come ufficiale nel territorio: una
rilettura di Giannozzo Manetti, pp. 359-83; di questo
studioso vedi anche Id.,
‘I fautori delle parti’: Citizen interest and the treatment
of a subject town, c. 1500, in
Istituzioni e società in Toscana nell'età moderna,
Atti delle giornate di studio dedicate a Giuseppe Pansini,
Firenze, 4-5 dicembre 1992, Roma, Ministero per i Beni Culturali
e Ambientali, Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, 1994,
vol. I, pp. 118-147. Per la situazione piemontese vedi R.
Bordone, Progetti nobiliari del ceto dirigente del comune di
Asti al tramonto, in Progetti e dinamiche nella società
comunale italiana, a cura di R. Bordone e G. Sergi,
"Quaderni GISEM" n. 9, Napoli, Liguori, 1995, pp. 279-326; A.
Barbero, Un’oligarchia urbana. Politica ed economia a Torino
fra Tre e Quattrocento, Roma, Viella, 1995.
Sul ruolo economico di Sansepolcro vedi
S. Anselmi, La presenza malatestiana a Sansepolcro: aspetti
economici 1372-1428, in
"Proposte e ricerche", a. ? (1988), n. 20, pp. 72-83 (non del
tutto perspicuo il sistema di cambi indicato nella nota 23 di
questo lavoro); B.
Dini, La
presenza dei valligiani sul mercato di Arezzo,in La
Valtiberina Lorenzo e i Medici, a cura di G. Renzi, Firenze,
Olschki, 1995, pp. 183-200; G.P.G. Scharf, Il mercato al
Borgo nel Quattrocento, in Allevamento, mercato,
transumanza sull'Appennino, Atti del convegno tenuto
a Ponte Presale il 29 settembre 1999, a cura di L. Calzolai e M.
Kovacevich, Sestino - Badia Tedalda, Edizioni CREAAP, 2000, pp.
99-107; vedi anche infra, note 82-3.
Per l’inserimento del Borgo nel dominio malatestiano vedi Scharf,
La signoria di Galeotto; per una completa analisi del
sistema delle due camere Id., Borgo San Sepolcro, §§ 3.1,
3.6, 3.8. Il sistema finanziario bipartito, comune nei centri
soggetti, garantiva vantaggi tanto alla dominante (o al
signore), quanto ai comuni controllati; fu peculiare soprattutto
del centro Italia, nel dominio fiorentino, in quello
malatestiano e in quello pontificio, mentre non sembra sia stato
praticato nel ducato milanese e nella terraferma veneta, dove
man mano prevalse l’incameramento complessivo delle entrate da
parte del signore o della dominante. Vedi
Petralia, Fiscalità, politica e
dominio; Ph. Jones, The Malatesta of Rimini and
the Papal State. A Political History, London, Cambridge
University Press, 1974; A. Cortonesi,
L'imposta diretta nei comuni del Lazio medievale. Note sui
sistemi di ripartizione, in "Archivio della società romana
di storia patria", 105, 1982,
pp. 175-202; Politiche finanziarie;
Varanini, Comuni cittadini.
|